Chi ha paura del nano?

Questo post non parla di sentenze e vicende giudiziarie. Nonostante la concomitanza.

Cosa sono le nanotecnologie? Tecnologie di dimensioni mille volte inferiori rispetto al limite di risoluzione dell’occhio, che l’uomo costruisce per svolgere le più svariate funzioni.

Dal tablet su cui sto scrivendo questo post fino al cerotto che applico la sera per smettere di fumare, i campi di applicazione di queste tecnologie sono davvero sterminati.

L’idea, almeno in teoria, è che in futuro le nanotecnologie diventino la norma, non solo nei laboratori di ricerca più sofisticati ma nella vita quotidiana di tutti i cittadini. E dai pochi esempi fatti si capisce quanto in verità questo già accada.

Una vera e propria rivoluzione, dunque, che non giunge dirompente, ma in modo graduale e atteso. Anche per evitare gli errori del passato, soprattutto nella comunicazione.

Pensiamo per esempio a quanto accaduto con gli OGM. Fino a poco più di un decennio fa, gli organismi geneticamente modificati e in generale le applicazioni delle tecniche di ingegneria genetica sembravano un’innovazione pronta a esplodere e invadere i mercati di tutto il mondo.

Oggi possiamo affermare, aldilà delle ragioni di parte o delle polemiche che da sempre accompagnano temi controversi tecno scientifici e sociali, che il sentimento comune nei confronti delle colture ingegnerizzate nella mentalità popolare è stato visto prima come una minaccia diretta per la salute, poi come un rischio per la biodiversità della nostra penisola.

Non è questo il luogo per affrontare le ragioni di tale visione.

Lo spunto è solo quello per riflettere su come sia fondamentale tenere conto anche delle strategie di comunicazione quando si parla di innovazione. Figuriamoci se si tratta di vere e proprie rivoluzioni (annunciate o presunte che siano).

Proprio per evitare che una situazione di scetticismo diffuso o addirittura di completa chiusura al dialogo (come quella nei confronti degli Ogm) si ripeta, l’Ue ha avviato da alcuni anni un dibattito “veicolato” sulle nanotecnologie. Il virgolettato non è un giudizio, ma è bene chiarire questo punto: quando scrivo veicolato non intendo pilotato.

Nanopinion, questo è il nome del progetto europeo che punta alla sensibilizzazione dell’opinione comune sull’utilità che le tecnologie nanoscopiche rappresenteranno. Il progetto riunisce 17 partner tra cui alcune delle più importanti testate giornalistiche europee di 11 paesi (GuardianEl MundoCourrier International e Il Sole24ore per l’Italia) e importanti organizzazioni come il British Council o la rete dei musei scientifici europei Ecsite.

Il progetto, come si può leggere sul sito di riferimento http://www.nanopinion.eu/, è “mirato a stimolare la partecipazione attiva dei cittadini per la valutazione di cosa vogliamo dalla ricerca e dall’innovazione. In particolare, questo progetto è focalizzato sull’analisi di come la società vorrebbe che fossero usate le nanotecnologie in futuro”.

L’obiettivo dichiarato è quello perseguito dall’Unione Europea di approfondire tutto ciò che riguarda la “ricerca e l’innovazione sostenibile”.

A supporto di ciò, nanOpinion organizza numerosi eventi di sensibilizzazione al dibattito, fornendo materiali per l’informazione sulle nanotecnologie sia attraverso i media partner sia con campagne social media, coinvolgendo infine anche le scuole in programmi formativi.

NanOpinion è solo uno degli ultimi esempi di sensibilizzazione su temi che riguardano l’innovazione o più in generale il rapporto tra scienza e società (dalle più classiche conferenze fino agli eventi più di moda, passando per i fantastici playdecide).

A mio avviso uno degli spunti interessanti dell’impianto di questo progetto risiede nella forte impronta comunicativa. Gli utenti del sito hanno a disposizione video, blogs e una intera sezione multimediale per informarsi e le stesse tipologie di contributi sono pensati per raccontare le nanotecnologie con approcci e stili semplici e molto fruibili da un vasto pubblico. A questo si aggiunge una piattaforma multilingua e il lavoro delle varie testate nelle varie nazioni che agevola la comprensione a chi non conosce l’inglese.

Se nel concetto stesso di innovazione c’è il fine ultimo di portare vantaggio all’uomo, risolvendo problemi o migliorando la qualità della vita, è imprescindibile da ciò una corretta informazione su quali potrebbero essere gli scenari futuri e applicativi di tale novità.

Il futuro e l’innovazione, quindi, passano dalla partecipazione.

Del resto se non si conoscono le domande,  non ha senso cercare e/o costruire risposte.

Non abbiate paura del nano. Oggi no (ok, questa l’ho fatta apposta).

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Pesci in carrozza, amianto quanto basta

di Adriana Schepis

Fanno impressione le immagini pubblicate sul sito del New York Times: decine di carrozze della metropolitana che vengono gettate in mare in pieno giorno. Delitto ambientale? No, operazione pianificata, con il benestare del Dipartimento americano per le risorse naturali.

Succede a largo di Slaughter Beach nel Delaware, un piccolo stato sull’Atlantico al confine col New Jersey. Fin dal 2001 i vecchi treni “Red Bird” di New York (che a differenza di altre città cede gratis i propri rottami) vengono affondati per costruire una barriera marina artificiale a 30 chilometri dalla costa.

Al riparo da correnti e altri pericoli trova rifugio una ricca fauna marina; la zona si è vistosamente ripopolata, con grande vantaggio anche per il turismo legato alle immersioni e al fish-watching.

Sembra l’idea del secolo: si risparmia in riciclaggio, si guadagna in turismo e si aiuta la fauna a proliferare indisturbata. Tanto che, con l’assenso degli organi statali e federali per l’ambiente, altri paesi USA hanno seguito la stessa linea, affondando carri armati, portaerei e altri grandi natanti.

Che gli ambientalisti non abbiano avuto nulla da dire? Certo che sì. Nel 2001 Clean Ocean Action si fece sentire con forza: è vero che prima di affondare le carrozze vengono rimossi i materiali inquinanti, ma rimane la colla usata per costruire i vagoni, che contiene amianto. Rispondeva dalle pagine dello Scientific American Bill Muir, oceanografo dell’Agenzia di protezione ambientale di Philadelphia: l’amianto si diffonde per via aerea, non in acqua, dove comunque il numero di fibre per litro dev’essere un milione di volte superiore per causare lesioni nei pesci. Dunque l’operazione non presenta pericoli. Certo, aggiunge Muir, il materiale ideale per costruire la barriera sarebbe stato il granito; ma smaltire in questo modo i vecchi treni fa risparmiare decine di milioni di dollari.

E qui sta il punto. Queste immagini creano una sorta di conflitto interiore: da una parte è apprezzabile il riuso di materiali e la tutela della fauna marina, dall’altra vengono i brividi a vedere enormi carcasse metalliche scaricate in mare (con grande vantaggio economico).

Vale la pena di sollevare il problema, dal momento che l’idea delle barriere artificiali sta prendendo piede anche da noi. Al LABELAB Ravenna 2010 sono stati presentati progetti che prevedono di “affondare le piattaforme adriatiche offshore ENI in dismissione per creare spazi di biodiversità marina fruibili al turismo costiero e subacqueo”. Eni gestisce oltre 80 piattaforme in tutto l’Adriatico; una volta esaurita la concessione mineraria, invece che riportare a terra le piattaforme dismesse e smantellarle, le affonderebbe per creare parchi marini.