Chi ha paura del nano?

Questo post non parla di sentenze e vicende giudiziarie. Nonostante la concomitanza.

Cosa sono le nanotecnologie? Tecnologie di dimensioni mille volte inferiori rispetto al limite di risoluzione dell’occhio, che l’uomo costruisce per svolgere le più svariate funzioni.

Dal tablet su cui sto scrivendo questo post fino al cerotto che applico la sera per smettere di fumare, i campi di applicazione di queste tecnologie sono davvero sterminati.

L’idea, almeno in teoria, è che in futuro le nanotecnologie diventino la norma, non solo nei laboratori di ricerca più sofisticati ma nella vita quotidiana di tutti i cittadini. E dai pochi esempi fatti si capisce quanto in verità questo già accada.

Una vera e propria rivoluzione, dunque, che non giunge dirompente, ma in modo graduale e atteso. Anche per evitare gli errori del passato, soprattutto nella comunicazione.

Pensiamo per esempio a quanto accaduto con gli OGM. Fino a poco più di un decennio fa, gli organismi geneticamente modificati e in generale le applicazioni delle tecniche di ingegneria genetica sembravano un’innovazione pronta a esplodere e invadere i mercati di tutto il mondo.

Oggi possiamo affermare, aldilà delle ragioni di parte o delle polemiche che da sempre accompagnano temi controversi tecno scientifici e sociali, che il sentimento comune nei confronti delle colture ingegnerizzate nella mentalità popolare è stato visto prima come una minaccia diretta per la salute, poi come un rischio per la biodiversità della nostra penisola.

Non è questo il luogo per affrontare le ragioni di tale visione.

Lo spunto è solo quello per riflettere su come sia fondamentale tenere conto anche delle strategie di comunicazione quando si parla di innovazione. Figuriamoci se si tratta di vere e proprie rivoluzioni (annunciate o presunte che siano).

Proprio per evitare che una situazione di scetticismo diffuso o addirittura di completa chiusura al dialogo (come quella nei confronti degli Ogm) si ripeta, l’Ue ha avviato da alcuni anni un dibattito “veicolato” sulle nanotecnologie. Il virgolettato non è un giudizio, ma è bene chiarire questo punto: quando scrivo veicolato non intendo pilotato.

Nanopinion, questo è il nome del progetto europeo che punta alla sensibilizzazione dell’opinione comune sull’utilità che le tecnologie nanoscopiche rappresenteranno. Il progetto riunisce 17 partner tra cui alcune delle più importanti testate giornalistiche europee di 11 paesi (GuardianEl MundoCourrier International e Il Sole24ore per l’Italia) e importanti organizzazioni come il British Council o la rete dei musei scientifici europei Ecsite.

Il progetto, come si può leggere sul sito di riferimento http://www.nanopinion.eu/, è “mirato a stimolare la partecipazione attiva dei cittadini per la valutazione di cosa vogliamo dalla ricerca e dall’innovazione. In particolare, questo progetto è focalizzato sull’analisi di come la società vorrebbe che fossero usate le nanotecnologie in futuro”.

L’obiettivo dichiarato è quello perseguito dall’Unione Europea di approfondire tutto ciò che riguarda la “ricerca e l’innovazione sostenibile”.

A supporto di ciò, nanOpinion organizza numerosi eventi di sensibilizzazione al dibattito, fornendo materiali per l’informazione sulle nanotecnologie sia attraverso i media partner sia con campagne social media, coinvolgendo infine anche le scuole in programmi formativi.

NanOpinion è solo uno degli ultimi esempi di sensibilizzazione su temi che riguardano l’innovazione o più in generale il rapporto tra scienza e società (dalle più classiche conferenze fino agli eventi più di moda, passando per i fantastici playdecide).

A mio avviso uno degli spunti interessanti dell’impianto di questo progetto risiede nella forte impronta comunicativa. Gli utenti del sito hanno a disposizione video, blogs e una intera sezione multimediale per informarsi e le stesse tipologie di contributi sono pensati per raccontare le nanotecnologie con approcci e stili semplici e molto fruibili da un vasto pubblico. A questo si aggiunge una piattaforma multilingua e il lavoro delle varie testate nelle varie nazioni che agevola la comprensione a chi non conosce l’inglese.

Se nel concetto stesso di innovazione c’è il fine ultimo di portare vantaggio all’uomo, risolvendo problemi o migliorando la qualità della vita, è imprescindibile da ciò una corretta informazione su quali potrebbero essere gli scenari futuri e applicativi di tale novità.

Il futuro e l’innovazione, quindi, passano dalla partecipazione.

Del resto se non si conoscono le domande,  non ha senso cercare e/o costruire risposte.

Non abbiate paura del nano. Oggi no (ok, questa l’ho fatta apposta).

Scrivere gratis (o di questi blogger maledetti)

di Davide Mancino

L’Huffington Post non ha quasi fatto in tempo ad aprire che è (ri)esplosa la polemica sul pagamento dei blogger. Estesa poi all’intera categoria dei giovani freelance che scrivono per poco – quando non addirittura gratis.

Carlo Gubitosa, per esempio, scrive in un post che “è il momento di smetterla”. Lavorare senza farsi pagare sarebbe una gara al ribasso, un “dumping” che danneggia l’intero mercato di chi lavora con le parole e – si spera – vuole farne una professione.

Anche a me – dice Gubitosa – è capitato di scrivere gratis, ma poi ho cominciato a interrogarmi sulla responsabilità sociale delle mie azioni. E sono arrivato alla conclusione che [questi ragionamenti] hanno fatto crollare il valore della professione giornalistica negli ultimi 5 anni da 100 euro a pezzo (quanto prendevo io nel 2003 per scrivere articoli da freelance sul sito di un grande gruppo editoriale) a zero”.

Su una cosa non si può che essere d’accordo: oggi – a parte trascurabili eccezioni – nessuno pagherebbe 100 euro per un pezzo da pubblicare online. I compensi sono più magri, il lavoro più pesante e difficile.

Gubitosa ritiene che questo sia colpa di chi scrive per poco o nulla. Ma, fra i tanti che lo fanno per hobby, c’è chi spera che un giorno quello diventerà il suo lavoro: giovani scrittori, giovani giornalisti. È a causa loro che le paghe diminuiscono?

Questo sembra un ragionamento più di pancia che di testa. Ci sono diverse ragioni per cui le cose non stanno così. La domanda fondamentale che bisogna porsi è: perché ora? Perché oggi chi vuole diventare giornalista accetta di lavorare per così poco, e dieci, quindici, vent’anni fa non lo faceva? Perché per introdursi nel mondo del giornalismo (per la visibilità, come si dice) oggi si scrive gratis? È vero che gli articoli sotto costo sostituiscono quelli a pagamento? La retribuzione potrebbe essere più alta?

Se studiamo come si è evoluto il mondo della stampa (e non solo in Italia), ci accorgiamo immediatamente che quella degli scrittori a zero euro non è causa, ma conseguenza. E spesso una necessità.

Prendiamo i tre attori più coinvolti: giornali, pubblico e giornalisti. Cos’è cambiato dal 2003 (quando un pezzo valeva 100 euro) a oggi? Già con l’avvento di Internet la situazione dell’editoria periodica era peggiorata: nel rapporto OCSE “The future of news and the Internet” leggiamo che “la crescita dei giornali è rallentata progressivamente dal 2004 fino a raggiungere quasi lo zero nel 2007, per poi diventare negativa nel 2008. La stampa generalista e regionale è stata particolarmente colpita, e il 2009 si è rivelato l’anno peggiore, con i declini maggiori negli Stati Uniti, Inghilterra, Grecia, Italia, Canada e Spagna”.

Diamo un’occhiata ai numeri: nel 2003 il Corriere della Sera aveva una diffusione media di 682.669 copie, Repubblica di 626.293, la Stampa di 362.352. Nel 2011 tutti e tre erano calati rispettivamente a 481.207, 436.202 e 273.167 copie. Fra il 2000 e il 2008, la diffusione complessiva dei quotidiani è calata del 13%, mentre il numero di testate è aumentato del 50%. I dati parlano da soli: chi riempirà tutti questi giornali, se i ricavi dell’informazione sono sempre meno?

E non dimentichiamo che in occidente, dal 2007, è successo anche qualcos’altro. Lo stesso rapporto OCSE sottolinea che “la crisi economica e la diminuzione della spesa per la pubblicità (online e offline) hanno creato ulteriori problemi a molti quotidiani. I fattori strutturali sono aggravati da fattori ciclici”. Mentre traballano persino i finanziamenti pubblici, non varia la quantità di giornalisti: dal 1997 al 2007 in Italia il loro numero rimane più o meno stabile, mentre cala in diversi altri paesi OCSE.

La conclusione allora è semplice: la torta diventa sempre più piccola, ma a volerne una fetta è lo stesso numero di persone. La lotta per quello che resta diventa più forte, e intanto i guadagni diminuiscono per tutti. A soffrire di più, come succede sempre nei momenti di difficoltà, sono i meno protetti, che se vogliono vivere di scrittura non possono più permettersi di chiedere un compenso adeguato. Spesso non possono permettersi di chiedere nessun compenso.

Il secondo punto riguarda la visibilità. È solo per averne un po’ che oggi si scrive gratis?

I vantaggi di farsi conoscere nell’ambiente sono ovvi: fare un buon lavoro e riuscire a diffonderlo apre la strada ad altre collaborazioni, progetti, attività future. Ma questa non è certo una novità: il mondo della scrittura – almeno nei suoi meccanismi fondamentali – funziona così da tempo.

Perché allora trent’anni fa gli scrittori a zero euro non erano così tanti? Che sia aumentata la competizione? Certo, ma (per le ragioni che abbiamo visto) soltanto per chi lavora già nel sistema. Non sembra invece corretto equiparare chi ha un blog personale o commenta in rete con chi lo fa per professione. Certo, a volte possono esserci sovrapposizioni, ma la stragrande maggioranza di chi scrive su Internet non lo fa per guadagnare: solo perché ne trae soddisfazione.

Esistono addirittura argomenti per ritenere che Internet scoraggi il passaggio verso la scrittura professionale. In primo luogo, come ho ricordato, il settore non può definirsi esattamente florido: un fatto noto a tutti e che già di per sé non costituisce un grande incentivo.

Ma forse ancora più importante è che la Rete ha ridotto e poi praticamente azzerato i costi necessari per poter diffondere le proprie idee in tutto il mondo. In passato, per riuscirci, era necessario essere un professionista assunto e pagato. Oggi non è più così. Questo potrebbe avere due effetti: da un lato alleggerire la competizione fra professionisti, dall’altro aumenta quella fra questi ultimi e chi scrive per hobby. E qui si arriva a una domanda spinosa: gli hobbisti sostituiranno i professionisti?

Analizzare il problema richiederebbe molto tempo: sottolineiamo soltanto la conclusione dei due ragionamenti. Se si pensa che il lavoro di chi scrive per professione potrà essere sostituito da chi lo fa per hobby, allora in un futuro abbastanza vicino non esisteranno più giornalisti né scrittori, ma solo citizen journalists o citizen writers. Sarebbe inevitabile. E questo metterebbe una pietra tombale su tutto il problema: che senso ha chiedersi se è giusto richiedere sempre un compenso, se prima o poi nessuno nel campo verrà più pagato?

Se invece (come io credo) gli scrittori professionisti avranno anche in futuro un importante bagaglio di esperienza, abilità e competenze, allora per loro continuerà ad esserci spazio. Ma in questo senso l’idea di scrivere per essere visibili non cambia di molto. È necessario farsi conoscere oggi come lo era ieri, e certo non può essere questo a spingere qualcuno a lavorare senza ricevere compenso.

La questione della visibilità è sempre stata un do ut des fra chi scrive e chi pubblica. Il valore di questo scambio è rimasto intatto, anche dopo l’avvento di Internet. Sono diverse invece le condizioni economiche. Se la moneta con cui si accetta di venire pagati è solo quella della visibilità, è perché non ce n’è altra a disposizione. Per chi comincia spesso non c’è una vera scelta: o quello, o nulla.

Qualcosa di simile succede anche quando si dice che la scrittura gratuita sostituisce quella a pagamento. Non c’è dubbio che questo succeda, a volte, ma l’associazione fra le due cose non è per niente automatica. In un certo senso questo argomento ricorda quanto affermano alcune case discografiche, secondo cui ogni canzone scaricata dalla Rete equivale a un furto, perché altrimenti quella canzone sarebbe stata comprata.

In entrambi i casi è evidente che spesso non è così. Prendiamo alcuni spazi occupati senza alcun compenso per chi scrive (persino su grandi testate nazionali): anche qui, per i giovani autori, la scelta non è fra rifiutare a vantaggio della comunità o accettare soltanto per egoismo (ammesso che si possa parlare di egoismo per qualcuno che lavora gratis). Si tratta invece di scrivere per riempire uno spazio che altrimenti resterebbe vuoto.

E questo vale soprattutto per quei settori che in Italia non riescono a restare per tutto il tempo sotto la luce dei riflettori, generando sempre lettori, contatti e pubblicità. Il giornalismo scientifico, per esempio. Se le redazioni di scienza chiudono, non è certo smettendo di scrivere che riapriranno.

La questione cruciale è una ed è semplice: da Internet in poi sono venuti meno i due principali meccanismi in grado di produrre reddito per i giornalisti: vendite e pubblicità. La pubblicità online ha compensato questa perdita, ma in misura del tutto insufficiente. Nessuno – neppure le più prestigiose testate americane – ha un modello funzionante per sostituire quello vecchio, e si naviga a vista. I giovani giornalisti fanno quello che i giovani giornalisti hanno sempre cercato di fare: scrivere. Ma i mezzi che hanno a disposizione, la loro leva contrattuale, non sono mai stati così poveri come ora. È colpa loro perché cercano di farsi strada? Perché lavorano gratis quando potrebbero farsi pagare? Ma chi è che, potendo, non vorrebbe guadagnare per fare il proprio lavoro?

Per com’è strutturato il mercato, almeno in questo momento storico, chiedere a chi ha appena cominciato di scrivere solo se retribuito equivale a dirgli: “Non puoi entrare”. Lavorando è possibile farsi un nome, diventare più forti, guadagnare potere negoziale, ma serve tempo, bravura e un po’ di fortuna.

È interessante che molti, fra quelli che ora criticano la scelta di scrivere senza farsi pagare, ammettono di averlo fatto in passato. Qualcuno allora potrebbe chiedere: rifiutando, siete sicuri che ora sareste nello stessa posizione? Sicuri che, tutto considerato, non sia stato anche quello un gradino per diventare professionisti? E già dieci anni fa l’ingresso non era facile, ma senz’altro più facile di adesso. E se vi offrissero di scrivere senza essere pagati sul Times, in prima pagina, accettereste? Forse, forse no, ma la domanda non è banale.

Scrivere gratis non è giusto, almeno per chi vuole farlo come professione, eppure spesso è necessario. Almeno per il momento, almeno all’inizio.

Aggiornamento del 10/10: Segnalo quest’ottimo articolo sul blog di Eleonora Bianchini, in cui si presentano i due principali modelli di giornalismo che potrebbero sostituire quello tradizionale.

Squalo a Ostia: meglio non fidarsi… di Repubblica.it

di Valerio Congeduti

Repubblica.it dimostra di avere le idee poco chiare sulla pericolosità degli squali. Ieri pubblicava una galleria fotografica dal titolo “Squalo Blu, predatore temibile ed elegante”. Ecco la prova.

Stamattina quel servizio ha cambiato titolo, passando al più rassicurante “Squalo Blu, l’elegante predatore non fa paura”.

Nell’articolo di ieri si diceva che l’uomo è tra le prede preferite dello Squalo Blu. Nella versione odierna invece risulta che “è solo potenzialmente pericoloso per l’uomo, infatti nella classifica si piazza agli ultimi posti per attacchi alla razza umana”.

Che è successo nelle ultime 24 ore per giustificare un ritocco così pesante del pezzo già pubblicato? Semplice: un esemplare di Squalo Blu, che altri non è che una Verdesca, è stato avvistato a Ostia ad appena pochi metri dalla spiaggia. Ed ecco che l’esigenza pedagogica di rassicurare i bagnanti ha avuto il sopravvento sulla smania di sensazionalismo del quotidiano di Roma. In un nuovo articolo, uscito in giornata, sull’avvistamento di Ostia, si sostiene addirittura che si tratterebbe di “esemplari innocui”.

Ma dove si colloca la verità lungo l’asse che congiunge psicosi e imprudenza? Fossi in voi, non cercherei la risposta su Repubblica.it, ma in rete. Ad esempio sull’International Shark Attack File (ISAF), un database curato dal Florida Museum of Natural History che raccoglie e cataloga tutti gli attacchi di squali documentati dal 1580 a oggi. Ebbene al 2011 risulta che la Verdesca o Squalo Blu o Prionace glauca, si è resa protagonista di 34 attacchi alla specie umana. Soltanto in 8 casi, di cui 4 fatali, l’attacco non è stato provocato da un precedente comportamento aggressivo o imprudente della vittima. Insomma, un’eventualità decisamente rara! Gli squali infatti non gradiscono nutrirsi di esseri umani, tuttavia ogni tanto non disdegnano un assaggino, magari sperando si tratti di qualcosa di più polposo e saporito, ad esempio una foca. Come spiega il direttore dell’ISAF George Burgess, “praticamente ogni squalo di dimensione maggiore o uguale a 1 metro e 80 rappresenta una minaccia potenziale per gli esseri umani”.

Quindi Repubblica.it sbagliava ieri a considerare l’uomo come uno dei piatti preferiti dello squalo, ma sbaglia anche oggi a dire che si tratta di animali innocui. La scelta se restare in acqua o uscire è solo vostra.

I chihuahua del potere

di Davide Mancino

Il giornalismo scientifico non ha denti e non fa male.

Partiamo dall’inizio e mettiamo da parte il fatto che anche chi scrive di scienza – come chi scrive di tutto il resto – racconta storie. Anzi, ricordiamolo, per un momento. Noi le raccontiamo perché chi ci legge quelle storie le vuole sentire. Questo è pacifico: se i lettori fossero interessati solo a equazioni e dati potremmo programmare (in cinque minuti: non è difficile) un bel software con cui mettere su giornali e riviste. Così non è, e per questo serviamo noi. È una metà fondamentale del nostro lavoro.

Poi però c’è l’altra parte, quella più seria, quella che non è solo scrivere storielle. Una cosa si dice sempre – con una grande parte di ipocrisia, ma anche un po’ di verità: il giornalismo è il cane da guardia del potere. Ma un cane per fare la guardia deve fare paura. Nessuno scapperebbe da un barboncino. I denti servono. Puoi anche non usarli, ma devi far vedere che ce li hai.

Ma questo vale per la politica, che c’entra la scienza?”, dirà qualcuno. Vale per la politica, è vero. Ma la politica non è l’unica forma di potere, solo quella più evidente. E anche la scienza è politica. Se non per le forme della ricerca (forse, ma questo è un altro discorso), ma almeno per le decisioni che bisogna prendere. Finanziamenti, posizioni, riunioni, accordi, progetti, alleanze. Per tutto questo e per il potere che gli scienziati hanno, mentre la conoscenza avanza. È un bene o male? Ne possiamo discutere. Io scrivo di scienza, quindi forse la mia risposta è ovvia. Ma, comunque sia, questa cosa è successa, sta succedendo ora mentre leggete, e continuerà a succedere nei prossimi anni. Le grandi scoperte della medicina e le armi nucleari, una vita più comoda e il rischio di distruggere il pianeta. La minaccia e la promessa: il risultato della nostra volontà di controllare il mondo, che abbiamo affidato alla scienza. E a chi altri, se no?

Ma se nessuno trova strano che i giornalisti chiedano conto a un politico delle sue azioni, non c’è motivo per cui con uno scienziato deve essere diverso. Chi scrive esercita anche una forma di controllo, e quando lo fa non è uno scienziato. Non sullo stesso piano. Né superiore, né inferiore a chi fa ricerca. È soltanto un altro lavoro, un lavoro diverso. Certo non il trombettiere della scienza o di chi la fa.

Scrittori veri – non figli incestuosi – possono fare questo lavoro pur sapendo che una separazione vera è impossibile, ma almeno provandoci. Anche questa è libertà.

Evolution in Motion

di Fabio Perelli

Un esperimento geniale dell’animatore americano Tyler Rhodes introduce efficacemente il concetto di evoluzione nell’universo dell’infanzia.

Tyler inventa il “telefono senza fili dell’evoluzione”, un nuovo modo divertente e interattivo di comunicare l’evoluzione ai bambini.

L’idea è semplice: un disegno stilizzato di una bizzarra creatura (una sorta di salamandra) fornisce lo spunto di partenza per un cammino evolutivo tracciato dalla matita dei bambini.

Tyler ha innanzitutto suddiviso i bambini in gruppi e ha chiesto loro di copiare il disegno della salamandra. I bambini hanno così dato forma sul foglio bianco, “per tentativi ed errori”, a  creature  fra loro diverse.

Il passo successivo è stato provocare l’estinzione, come è realmente avvenuto nel corso della storia della vita, del 98% delle specie.

In ultimo Tyler ha provveduto ad animare con un incredibile realismo le creature selezionate dopo “sei generazioni” di disegni, narrando la storia evolutiva delle creature create dai bambini. Il sorprendente risultato del suo lavoro è mostrato nel video qui sotto.

Il secondo video è un altro capolavoro di “evolution in motion” da cui Tyler ha tratto ispirazione: il lungo cammino evolutivo dalle prime cellule all’uomo viene qui raccontato in un riuscito connubio tra scienza e arte visiva.

Buona visione!

Quando la musica gioca con la scienza

Supertheory of Supereverything – Gogol Bordello

di Silvia Gerola

Per chi non li conoscesse loro sono i Gogol Bordello, gruppo di origine ucraina passato alla ribalta per aver contribuito alla colonna sonora del film Ogni cosa è illuminata. Motivo per cui parlarne è il testo della canzone:

First time I had read the Bible 
It had stroke me as unwitty 
I think it may started rumor 
That the Lord ain’t got no humor 

Put me inside SSC 
Let’s test superstring theory 
Oh yoi yoi accelerate the protons 
stir it twice and then just add me, ‘cause 

I don’t read the Bible 
I don’t trust disciple 
Even if they’re made of marble 
Or Canal Street bling 

From the maelstrom of the knowledge 
Into the labyrinth of doubt 
Frozed underground ocean 
melting – nuking on my mind 

Yes give me Everything Theory 
Without Nazi uniformity 
My brothers are protons 
My sisters are neurons 
Stir it twice, it’s instant family! 

I don’t read the Bible 
I don’t trust disciple 
Even if they’re made of marble 
Or Canal Street bling 

My brothers are protons 
My sisters are neurons 
Stir it twice dlja prekrastnih dam… 

Do you have sex maniacs 
Or schizophrenics 
Or astrophysicists in your family 
Was my grandma anti anti 
Was my grandpa bounty bounty 
Hek-o-hek-o-hej-o 
They ask me in embassy! 

‘Cause I don’t read the Bible 
I don’t trust disciple 
Even if they’re made of marble 
Or Canal Street bling 

And my grandma she was anti! 
And my grandpa he was bounty! 
And stir it twice 
And then just add me! 
Partypartypartypartypartyparty 
now afterparty…

Spesso ci chiediamo quando una cosa possa definirsi scientifica e quando non lo sia. La canzone sicuramente non ha la pretesa di essere scientifica, ma ricorda che, alla fine, siamo tutti parte di una grande famiglia, noi, voi, i neuroni, i protoni, l’antimateria. I Gogol sfidano a non fermarsi alla Bibbia, perché, come dicono The Lord ain’t got no humor. Come dice il titolo c’è una superteoria del supertutto, e forse conoscerla non sarebbe male.

Il gruppo verrà in Italia in luglio, per maggiori informazioni: http://www.gogolbordello.com/tour/future/.

Le sei età della vita: recensione della mostra “Da zero a cento”

di Fabio Perelli

Arte e scienza danno forma a un fecondo connubio che ci consente di rivivere, metaforicamente, le sei età della vita. Nella cornice della Triennale di Milano, il percorso espositivo “Da zero a cento” ci accompagna idealmente lungo il lento cammino della crescita della persona, da zero a cento anni di età.

In verità, il cammino inizia ancor prima, in quello spazio accogliente e rassicurante che è il grembo materno. L’artista Gabriel Orozco ci fa dono del ventre gravido della compagna, che galleggia nell’acqua della vasca da bagno suggerendo l’immagine di un uovo, un altro simbolo di nascita e procreazione.

All’arte si accompagna la scienza, grazie a immagini e video che diffondono in un linguaggio semplice le ultime scoperte in termini di sviluppo embrionale e rapporto tra madre e feto. Si scopre, così, che un individuo che non è ancora venuto al mondo è in grado di fare delle scelte che avranno un peso notevole nel prosieguo della sua vita. Il feto, e la madre, decidono da subito se il futuro nascituro sarà una persona forte, fragile, serena o stressata. E’ inquietante, ma è realtà.

Il bambino, finalmente, è nato, e nell’area successiva è rappresentata l’età infantile. Un’intera stanza è riempita di palle e palloni di ogni colore e dimensione. Per ridare a chi l’avesse persa l’emozione del gioco, che caratterizza la nostra infanzia. Il film muto dell’israeliano Guy Ben-Ner è un capolavoro di espressività. Si rifà a un fatto storico realmente accaduto: il ritrovamento, nelle campagne francesi del diciottesimo secolo, di un bambino “selvaggio”, vissuto a stretto contatto con la natura, senza traccia di educazione umana. Il film ripercorre i bizzarri tentativi, coronati infine da successo, del suo nuovo padre adottivo di riportare il piccolo alla dimensione “umana”, insegnandogli a parlare, a camminare sulle sue gambe, e a condurre una vita integrata nella società.

La scienza ci spiega invece come siamo stati in grado, negli scorsi decenni, di debellare malattie e povertà. I bambini non muoiono più di fame, e si sviluppano forti e robusti grazie alle nuove condizioni di vita agiate. Ma, come recita un vecchio detto, sotto certi aspetti, forse, “si stava meglio quando si stava peggio”. Un ambiente igienizzato in modo quasi maniacale ha sì portato alla riduzione dei germi, ma ha contemporaneamente provocato l’insorgenza di asma e allergie. Un bambino, oggi, è più alto, più forte e più intelligente che in passato. Ma il risvolto della medaglia è il grande aumento dei casi di miopia infantile, dovuti all’eccessivo tempo dedicato alla lettura.

La terza età non è più, come in passato, quella della vecchiaia. Descrive piuttosto l’adolescenza, una delle fasi più cruciali della crescita, ma allo stesso tempo tra le più delicate. L’uomo si distingue dagli altri animali proprio per il suo passaggio attraverso questa età, che porta alla maturazione sessuale ma non ancora a quella psicologica. L’adolescente “gioca” a comportarsi da adulto, ma si scontra continuamente con la realtà, e con le sue svariate difficoltà da affrontare.

Ryan McGinley, con i suoi scatti rubati a ragazzi e ragazze che esibiscono senza vergogna la propria nudità, mette in risalto, finalmente, questa difficile età della vita, trascurata tradizionalmente dall’arte.

Interessante, dal punto di vista scientifico, il concetto dei “nativi digitali”. Gli adolescenti di oggi sono cresciuti davanti agli schermi dei computer, sfidandosi fra di loro con i videogiochi e scrivendosi con i telefonini. Libri, giornali e lettere, che hanno accompagnato la crescita delle generazioni passate, sono da loro visti come una realtà di tipo secondario, per certi versi già anacronistica.

La quarta età, quella della gioventù, parla di attrazione sessuale, di accoppiamento, di formazione di nuove famiglie. Della nuova condizione della donna, emancipata e lanciata nel mondo del lavoro come mai in precedenza. L’arte di Ottonella Mocellin mette in evidenza come la realtà di una nuova giovane coppia venga drasticamente ribaltata in seguito all’arrivo di un nuovo membro della famiglia. La scienza rivela invece le caratteristiche fisiche e fisiologiche che attraggono sessualmente il maschio e la femmina.

Continuando nell’ideale cammino della vita umana, si passa per l’età della maturità, la quinta. Cindy Sherman ci mostra le immagini delle donne di mezz’età che si crogiolano nell’agio ma mostrano già i primi segni dello scorrere del tempo. La scienza, dal canto suo, pone l’accento sull’importanza della cura del fisico e della salute. Si tratta di un’età cruciale, in cui è ancora possibile prendere le dovute precauzioni per garantirsi una vita il più possibile lunga e sana.

L’ultima parte della mostra è dedicata al tramonto dell’esistenza: la sesta, e ultima età. La giapponese Miwa Yanagi rende omaggio alla vecchiaia tramutando il corpo fresco e perfetto di giovani modelle nell’aspetto saggio e maturo delle donne anziane che saranno domani, dando forma alla loro stessa immaginazione.

La scienza dimostra come l’invecchiamento giunga sempre più tardi rispetto al passato, e anche le temute malattie della sesta età si fanno sempre più lontane e sporadiche. E mette in primo piano le gesta dei “grandi vecchi”, uomini in grado di distinguersi nei diversi aspetti della vita una volta giunti al traguardo della loro esistenza.

“Da zero a cento” è un percorso espositivo di ottimo impatto, in grado di offrire spunti di riflessione e sensazioni, a volte, persino nostalgiche. Arte e scienza si muovono a braccetto per offrire un vasto e vario panorama di contenuti interattivi e multicolori. Il cammino dalla fase fetale alla vecchiaia è lungo e sempre più ricco di stimoli e opportunità. La società di oggi presenta i suoi pregi e i suoi difetti, ma concede a ognuno la possibilità di trovare la propria strada e la propria realizzazione nel corso di un’esistenza che si fa sempre più frastagliata e duratura.Image