Le sei età della vita: recensione della mostra “Da zero a cento”

di Fabio Perelli

Arte e scienza danno forma a un fecondo connubio che ci consente di rivivere, metaforicamente, le sei età della vita. Nella cornice della Triennale di Milano, il percorso espositivo “Da zero a cento” ci accompagna idealmente lungo il lento cammino della crescita della persona, da zero a cento anni di età.

In verità, il cammino inizia ancor prima, in quello spazio accogliente e rassicurante che è il grembo materno. L’artista Gabriel Orozco ci fa dono del ventre gravido della compagna, che galleggia nell’acqua della vasca da bagno suggerendo l’immagine di un uovo, un altro simbolo di nascita e procreazione.

All’arte si accompagna la scienza, grazie a immagini e video che diffondono in un linguaggio semplice le ultime scoperte in termini di sviluppo embrionale e rapporto tra madre e feto. Si scopre, così, che un individuo che non è ancora venuto al mondo è in grado di fare delle scelte che avranno un peso notevole nel prosieguo della sua vita. Il feto, e la madre, decidono da subito se il futuro nascituro sarà una persona forte, fragile, serena o stressata. E’ inquietante, ma è realtà.

Il bambino, finalmente, è nato, e nell’area successiva è rappresentata l’età infantile. Un’intera stanza è riempita di palle e palloni di ogni colore e dimensione. Per ridare a chi l’avesse persa l’emozione del gioco, che caratterizza la nostra infanzia. Il film muto dell’israeliano Guy Ben-Ner è un capolavoro di espressività. Si rifà a un fatto storico realmente accaduto: il ritrovamento, nelle campagne francesi del diciottesimo secolo, di un bambino “selvaggio”, vissuto a stretto contatto con la natura, senza traccia di educazione umana. Il film ripercorre i bizzarri tentativi, coronati infine da successo, del suo nuovo padre adottivo di riportare il piccolo alla dimensione “umana”, insegnandogli a parlare, a camminare sulle sue gambe, e a condurre una vita integrata nella società.

La scienza ci spiega invece come siamo stati in grado, negli scorsi decenni, di debellare malattie e povertà. I bambini non muoiono più di fame, e si sviluppano forti e robusti grazie alle nuove condizioni di vita agiate. Ma, come recita un vecchio detto, sotto certi aspetti, forse, “si stava meglio quando si stava peggio”. Un ambiente igienizzato in modo quasi maniacale ha sì portato alla riduzione dei germi, ma ha contemporaneamente provocato l’insorgenza di asma e allergie. Un bambino, oggi, è più alto, più forte e più intelligente che in passato. Ma il risvolto della medaglia è il grande aumento dei casi di miopia infantile, dovuti all’eccessivo tempo dedicato alla lettura.

La terza età non è più, come in passato, quella della vecchiaia. Descrive piuttosto l’adolescenza, una delle fasi più cruciali della crescita, ma allo stesso tempo tra le più delicate. L’uomo si distingue dagli altri animali proprio per il suo passaggio attraverso questa età, che porta alla maturazione sessuale ma non ancora a quella psicologica. L’adolescente “gioca” a comportarsi da adulto, ma si scontra continuamente con la realtà, e con le sue svariate difficoltà da affrontare.

Ryan McGinley, con i suoi scatti rubati a ragazzi e ragazze che esibiscono senza vergogna la propria nudità, mette in risalto, finalmente, questa difficile età della vita, trascurata tradizionalmente dall’arte.

Interessante, dal punto di vista scientifico, il concetto dei “nativi digitali”. Gli adolescenti di oggi sono cresciuti davanti agli schermi dei computer, sfidandosi fra di loro con i videogiochi e scrivendosi con i telefonini. Libri, giornali e lettere, che hanno accompagnato la crescita delle generazioni passate, sono da loro visti come una realtà di tipo secondario, per certi versi già anacronistica.

La quarta età, quella della gioventù, parla di attrazione sessuale, di accoppiamento, di formazione di nuove famiglie. Della nuova condizione della donna, emancipata e lanciata nel mondo del lavoro come mai in precedenza. L’arte di Ottonella Mocellin mette in evidenza come la realtà di una nuova giovane coppia venga drasticamente ribaltata in seguito all’arrivo di un nuovo membro della famiglia. La scienza rivela invece le caratteristiche fisiche e fisiologiche che attraggono sessualmente il maschio e la femmina.

Continuando nell’ideale cammino della vita umana, si passa per l’età della maturità, la quinta. Cindy Sherman ci mostra le immagini delle donne di mezz’età che si crogiolano nell’agio ma mostrano già i primi segni dello scorrere del tempo. La scienza, dal canto suo, pone l’accento sull’importanza della cura del fisico e della salute. Si tratta di un’età cruciale, in cui è ancora possibile prendere le dovute precauzioni per garantirsi una vita il più possibile lunga e sana.

L’ultima parte della mostra è dedicata al tramonto dell’esistenza: la sesta, e ultima età. La giapponese Miwa Yanagi rende omaggio alla vecchiaia tramutando il corpo fresco e perfetto di giovani modelle nell’aspetto saggio e maturo delle donne anziane che saranno domani, dando forma alla loro stessa immaginazione.

La scienza dimostra come l’invecchiamento giunga sempre più tardi rispetto al passato, e anche le temute malattie della sesta età si fanno sempre più lontane e sporadiche. E mette in primo piano le gesta dei “grandi vecchi”, uomini in grado di distinguersi nei diversi aspetti della vita una volta giunti al traguardo della loro esistenza.

“Da zero a cento” è un percorso espositivo di ottimo impatto, in grado di offrire spunti di riflessione e sensazioni, a volte, persino nostalgiche. Arte e scienza si muovono a braccetto per offrire un vasto e vario panorama di contenuti interattivi e multicolori. Il cammino dalla fase fetale alla vecchiaia è lungo e sempre più ricco di stimoli e opportunità. La società di oggi presenta i suoi pregi e i suoi difetti, ma concede a ognuno la possibilità di trovare la propria strada e la propria realizzazione nel corso di un’esistenza che si fa sempre più frastagliata e duratura.Image

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Esiste la formula matematica dell’amore?

di Elena Rinaldi

Verità e Bellezza,  Amore e Morte,  Matematica e Tattoo. Sulla congiunzione di queste sfere apparentemente antitetiche si costruisce il film Rites of Love and Math ideato dal matematico e fisico Edward Frenkel e dal regista francese Reine Graves.

L’idea di  Frenkel  era quella di creare un film che mostrasse la bellezza e la seduzione della matematica a dispetto del comune sentire di totale apatia nei confronti di questa secolare disciplina. Le Monde lo ha definito:

“(…) un étonnant court-métrage (…) ce film offre une vision romantique inhabituelle du mathématicien”

E in effetti il film, oltre a infrangere le barriere del cinema convenzionale, cerca di superare lo stereotipo del matematico come individuo solitario e privo di sentimenti coinvolgenti. Il contro esempio viene dato proprio dal protagonista, un matematico che  trova la formula dell’amore e la tatua sul ventre della donna. I simboli matematici si incidono lentamente nel corpo della giovane giapponese seguendo  la drammatica musica wagneriana di Tristano e Isotta. Il nero dell’inchiostro inizia a comparire sulla scena dominata solo dalle tonalità del rosso e del bianco.

Passione, purezza e morte. Un’allegoria della vita ma anche una metafora  della matematica che porta a comprendere il linguaggio della natura e le regole della logica.
Rites of Love and Math si ispira a un controverso film della tradizione giapponese, “Yukoku” (pt.123) girato da Yukio Mishima  nel 1965 e che rimase censurato per 40 anni fino a quando non venne riscoperto nel 2008. Un coinvolgente dipinto in movimento, un’astrazione della vita e una passionale concezione della matematica, questo hanno voluto mettere in scena Edward Frenkel e di Reine Graves.

Articles about Rites of Love and Math : Huffington Post – New Scientist – Oggiscienza