Finale di partita

di Valerio Congeduti, Valentina Daelli, Matteo De Giuli

Lo sport più violento. Una battaglia tra due eserciti.
La speranza di capovolgere i destini di un incontro il cui esito sembrava già scritto.
 Nonostante il clima familiare che si respira alla Società Scacchistica Triestina 1904, quando si parla di scacchi i giocatori non usano mezzi termini. E nonostante l’informalità del torneo semilampo a cui assistiamo, già dal secondo turno di partite lo stress si legge bene sui volti dei partecipanti.

Trieste è una fucina di talenti per gli scacchi italiani. Uno sport che sta entrando nelle aule scolastiche, anche grazie all’impegno di alcuni soci della Scacchistica. Marco Oblak, coordinatore della rete scolastica e istruttore, ci parla con soddisfazione dell’alto numero di ragazzi a cui si insegna. Ne è orgoglioso anche quando torna ridendo da un turno in cui è stato sconfitto da uno dei suoi allievi.
Partecipa al pomeriggio di gioco anche Giulia Tonel, che ha preso i primi pezzi in mano attorno ai sei anni. Studia biologia all’università, ma trova il tempo anche di partecipare a diversi tornei, ed è membro direttivo della Società.
È lei che insieme ad Alberto Possa fa gli onori di casa nella sede di via Cicerone 8. Oltre alle sale dove si svolge il torneo, ci mostrano parte della collezione di libri della Società, tra cui Zatrichiologia, una raccolta di aneddoti storici del ‘700. Nel volume è presente anche la lettera di una moglie disperata che scrive a un giornale di scacchi lamentandosi del fatto che i pezzi del gioco hanno “rapito” suo marito, incollato per ore alla scacchiera. Le mogli si lamentano anche oggi, commenta Carlo Pes, arbitro del torneo.

Nel video alcune scene dal torneo semilampo del 14 aprile.

Tsunami a Trieste

di Vincenzo Belluomo, Francesca Gatti, Marco Guglielmino

Ci sono cose che non ti aspetti: la pioggia nel giorno del tuo matrimonio, vincere la lotteria a 90 anni, una mosca nello Chardonnay. Oppure, perché no, uno tsunami a Trieste. Difficile da credere? L’orribile verità è che è già successo! Nel non troppo prossimo 1511 un devastante terremoto squassò l’entroterra friulano. Il contraccolpo fu tanto violento che un muro d’acqua s’abbatté sulla città distruggendone buona parte. Se succedesse oggi, ad essere travolte e letteralmente cancellate sarebbero soprattutto le Rive. Come spiegarlo ai tanti proprietari di ristoranti giapponesi che le occupano? Chi glielo dice che aver messo centinaia di migliaia di km tra sé e la loro terra non è servito a nulla? Ma soprattutto come reagisce il moderno cittadino tergeste all’orribile prospettiva? In una corroborante passeggiata sulle rive abbiamo incontrato gli abitanti e raccolto le loro opinioni per scoprirlo.

Una cascata di brillantini

di Roberta Fulci, Silvia Gerola, Valentina Rossi

Vesna Zorman

Trasformarsi da ragazza della porta accanto a tigre da palcoscenico è questione di poche ore e di tanto glitter. Vesna Zorman ha condiviso i suoi consigli con le allieve della scuola di ballo “La DaSpe” di Trieste il pomeriggio di sabato 14 aprile nel workshop “Dramatic sparkly eyes”. Giovane, un viso acqua e sapone, calzini viola, Vesna non sembra proprio il tipo da paillettes, brillantini e ciglia finte. Ma in un paio d’ore avviene la trasformazione, grazie a matite, ombretti, creme, pennelli e, soprattutto, una cascata di glitter. Missione: “ottenere uno sguardo sbrilluccicante che possa essere apprezzato anche dallo spettatore seduto sull’ultima poltrona in fondo alla sala”.

Le ballerine osservano le mani di Vesna che, rapide, prima mettono l’ombretto, poi fissano le extensions sui capelli, pronte a carpirle i segreti per un look che conquista. Mentre si trucca insegna come evidenziare il risultato ottenuto: chiudere lentamente le palpebre e abbassare lo sguardo, non avere fretta e sorridere. La metamorfosi è completa: Vesna a fine pomeriggio non ha nulla a che vedere con la ragazza che ci ha stretto la mano con la sua semplice coda di cavallo, è la regina dello spettacolo.

Val Rosandra: la valle della discordia

di Cristina Tognaccini, Fabio Perelli, Claudio Dutto

È giusto abbattere alcuni alberi secolari per evitare i pericoli che potrebbero causare in caso di alluvione? È questa la domanda alla base dell’acceso dibattito che è sorto in val Rosandra, valle carsica al confine tra Italia e Slovenia. I problemi sono sorti dopo che gli abitanti di Bagnoli della Rosandra hanno chiesto l’intervento del comune per ripulire un tratto del torrente dai tronchi e dalle ramaglie che occupavano l’alveo. Su disposizione della regione Friuli Venezia Giulia, il 24 e 25 marzo scorso i volontari della Protezione Civile hanno iniziato i lavori, ma l’abbattimento delle piante si è prolungato anche in un primo tratto della Riserva Naturale della Val Rosandra, scatenando le ire dei triestini, affezionati da sempre alla valle. Nel giro di pochi giorni è nato il Comitato per la difesa della val Rosandra (http://comitatovalrosandra.org/) che ha organizzato una grande manifestazione e ha bloccato la seconda sessione di lavori, in programma per il 14 e 15 aprile. Il comitato ha lanciato una petizione popolare per chiedere al Parlamento italiano di sollecitare la Commissione Europea affinché inizi un’indagine per stabilire le responsabilità oggettive dei committenti del lavoro.

Ma cosa pensano effettivamente gli abitanti di Bagnoli? A differenza dei triestini, che sono accorsi in massa a firmare la petizione nei locali pubblici di Trieste, i valligiani si sono dimostrati molto meno indignati e in gran parte ritengono utile il lavoro di disboscamento effettuato. Pochi hanno aderito alla raccolta firme e non sono mancati gli scontri verbali con i manifestanti che li invitavano al corteo di protesta. La differenza di vedute tra i turisti e i residenti è davvero netta: da una parte c’è  il dispiacere e il rancore per quello che è stato distrutto, dall’altra la soddisfazione per un lavoro che andava fatto e che ha evitato future disgrazie. Qualcuno riconosce che alcune decine di metri, a monte del rifugio Mario Permuda, potessero essere risparmiate dal disboscamento, ma il dispiacere maggiore è legato all’interruzione dei lavori perché il tratto più a rischio in caso di piena del torrente non è stato toccato.

Nessuno ha voluto farsi riprendere dalle nostre telecamere, forse per non avere problemi con i compaesani, forse per timore di improbabili ripercussioni politiche. Al contrario, a Trieste le persone si sono dimostrate molto più aperte e decise nel sottolineare le proprie posizioni. La battaglia politico-legale continua, il torrente per ora è ancora da sistemare, la galleria di alberi tanto amata dai turisti, invece, non c’è più.