Era tutto normale, a l’Aquila

di Davide Mancino

I verbali firmati ex post, in mezzo alle macerie.
“Non sapevo neppure cosa ho firmato” (Boschi)
“Non ti preoccupare, siamo collaborativi, il comunicato te lo sottoponiamo prima” (Boschi a Bertolaso, 9 aprile)
“La riunione è finalizzata a questo, la verità non si dice” (Bertolaso a Boschi, 9 aprile)
“Vengono i luminari, è più un’operazione mediatica, loro diranno: è una situazione normale, non ci sarà mai la scossa che fa male” (Bertolaso)
“La rassicurazione è il primo obbligo di un organo pubblico (Mario Morcellini, testimone della difesa)
“Il punto della riunione era calmare la popolazione. Noi scienziati non l’abbiamo capito se non più tardi (Boschi)

La sentenza è eccessiva, siamo tutti d’accordo. Però un po’ di memoria non guasta.

Questo post è stato modificato il 5/11/12: la conversazione di Boschi e Bertolaso è avvenuta il 9 aprile, non il 6 come erroneamente riportato.
Annunci

Scrivere gratis (o di questi blogger maledetti)

di Davide Mancino

L’Huffington Post non ha quasi fatto in tempo ad aprire che è (ri)esplosa la polemica sul pagamento dei blogger. Estesa poi all’intera categoria dei giovani freelance che scrivono per poco – quando non addirittura gratis.

Carlo Gubitosa, per esempio, scrive in un post che “è il momento di smetterla”. Lavorare senza farsi pagare sarebbe una gara al ribasso, un “dumping” che danneggia l’intero mercato di chi lavora con le parole e – si spera – vuole farne una professione.

Anche a me – dice Gubitosa – è capitato di scrivere gratis, ma poi ho cominciato a interrogarmi sulla responsabilità sociale delle mie azioni. E sono arrivato alla conclusione che [questi ragionamenti] hanno fatto crollare il valore della professione giornalistica negli ultimi 5 anni da 100 euro a pezzo (quanto prendevo io nel 2003 per scrivere articoli da freelance sul sito di un grande gruppo editoriale) a zero”.

Su una cosa non si può che essere d’accordo: oggi – a parte trascurabili eccezioni – nessuno pagherebbe 100 euro per un pezzo da pubblicare online. I compensi sono più magri, il lavoro più pesante e difficile.

Gubitosa ritiene che questo sia colpa di chi scrive per poco o nulla. Ma, fra i tanti che lo fanno per hobby, c’è chi spera che un giorno quello diventerà il suo lavoro: giovani scrittori, giovani giornalisti. È a causa loro che le paghe diminuiscono?

Questo sembra un ragionamento più di pancia che di testa. Ci sono diverse ragioni per cui le cose non stanno così. La domanda fondamentale che bisogna porsi è: perché ora? Perché oggi chi vuole diventare giornalista accetta di lavorare per così poco, e dieci, quindici, vent’anni fa non lo faceva? Perché per introdursi nel mondo del giornalismo (per la visibilità, come si dice) oggi si scrive gratis? È vero che gli articoli sotto costo sostituiscono quelli a pagamento? La retribuzione potrebbe essere più alta?

Se studiamo come si è evoluto il mondo della stampa (e non solo in Italia), ci accorgiamo immediatamente che quella degli scrittori a zero euro non è causa, ma conseguenza. E spesso una necessità.

Prendiamo i tre attori più coinvolti: giornali, pubblico e giornalisti. Cos’è cambiato dal 2003 (quando un pezzo valeva 100 euro) a oggi? Già con l’avvento di Internet la situazione dell’editoria periodica era peggiorata: nel rapporto OCSE “The future of news and the Internet” leggiamo che “la crescita dei giornali è rallentata progressivamente dal 2004 fino a raggiungere quasi lo zero nel 2007, per poi diventare negativa nel 2008. La stampa generalista e regionale è stata particolarmente colpita, e il 2009 si è rivelato l’anno peggiore, con i declini maggiori negli Stati Uniti, Inghilterra, Grecia, Italia, Canada e Spagna”.

Diamo un’occhiata ai numeri: nel 2003 il Corriere della Sera aveva una diffusione media di 682.669 copie, Repubblica di 626.293, la Stampa di 362.352. Nel 2011 tutti e tre erano calati rispettivamente a 481.207, 436.202 e 273.167 copie. Fra il 2000 e il 2008, la diffusione complessiva dei quotidiani è calata del 13%, mentre il numero di testate è aumentato del 50%. I dati parlano da soli: chi riempirà tutti questi giornali, se i ricavi dell’informazione sono sempre meno?

E non dimentichiamo che in occidente, dal 2007, è successo anche qualcos’altro. Lo stesso rapporto OCSE sottolinea che “la crisi economica e la diminuzione della spesa per la pubblicità (online e offline) hanno creato ulteriori problemi a molti quotidiani. I fattori strutturali sono aggravati da fattori ciclici”. Mentre traballano persino i finanziamenti pubblici, non varia la quantità di giornalisti: dal 1997 al 2007 in Italia il loro numero rimane più o meno stabile, mentre cala in diversi altri paesi OCSE.

La conclusione allora è semplice: la torta diventa sempre più piccola, ma a volerne una fetta è lo stesso numero di persone. La lotta per quello che resta diventa più forte, e intanto i guadagni diminuiscono per tutti. A soffrire di più, come succede sempre nei momenti di difficoltà, sono i meno protetti, che se vogliono vivere di scrittura non possono più permettersi di chiedere un compenso adeguato. Spesso non possono permettersi di chiedere nessun compenso.

Il secondo punto riguarda la visibilità. È solo per averne un po’ che oggi si scrive gratis?

I vantaggi di farsi conoscere nell’ambiente sono ovvi: fare un buon lavoro e riuscire a diffonderlo apre la strada ad altre collaborazioni, progetti, attività future. Ma questa non è certo una novità: il mondo della scrittura – almeno nei suoi meccanismi fondamentali – funziona così da tempo.

Perché allora trent’anni fa gli scrittori a zero euro non erano così tanti? Che sia aumentata la competizione? Certo, ma (per le ragioni che abbiamo visto) soltanto per chi lavora già nel sistema. Non sembra invece corretto equiparare chi ha un blog personale o commenta in rete con chi lo fa per professione. Certo, a volte possono esserci sovrapposizioni, ma la stragrande maggioranza di chi scrive su Internet non lo fa per guadagnare: solo perché ne trae soddisfazione.

Esistono addirittura argomenti per ritenere che Internet scoraggi il passaggio verso la scrittura professionale. In primo luogo, come ho ricordato, il settore non può definirsi esattamente florido: un fatto noto a tutti e che già di per sé non costituisce un grande incentivo.

Ma forse ancora più importante è che la Rete ha ridotto e poi praticamente azzerato i costi necessari per poter diffondere le proprie idee in tutto il mondo. In passato, per riuscirci, era necessario essere un professionista assunto e pagato. Oggi non è più così. Questo potrebbe avere due effetti: da un lato alleggerire la competizione fra professionisti, dall’altro aumenta quella fra questi ultimi e chi scrive per hobby. E qui si arriva a una domanda spinosa: gli hobbisti sostituiranno i professionisti?

Analizzare il problema richiederebbe molto tempo: sottolineiamo soltanto la conclusione dei due ragionamenti. Se si pensa che il lavoro di chi scrive per professione potrà essere sostituito da chi lo fa per hobby, allora in un futuro abbastanza vicino non esisteranno più giornalisti né scrittori, ma solo citizen journalists o citizen writers. Sarebbe inevitabile. E questo metterebbe una pietra tombale su tutto il problema: che senso ha chiedersi se è giusto richiedere sempre un compenso, se prima o poi nessuno nel campo verrà più pagato?

Se invece (come io credo) gli scrittori professionisti avranno anche in futuro un importante bagaglio di esperienza, abilità e competenze, allora per loro continuerà ad esserci spazio. Ma in questo senso l’idea di scrivere per essere visibili non cambia di molto. È necessario farsi conoscere oggi come lo era ieri, e certo non può essere questo a spingere qualcuno a lavorare senza ricevere compenso.

La questione della visibilità è sempre stata un do ut des fra chi scrive e chi pubblica. Il valore di questo scambio è rimasto intatto, anche dopo l’avvento di Internet. Sono diverse invece le condizioni economiche. Se la moneta con cui si accetta di venire pagati è solo quella della visibilità, è perché non ce n’è altra a disposizione. Per chi comincia spesso non c’è una vera scelta: o quello, o nulla.

Qualcosa di simile succede anche quando si dice che la scrittura gratuita sostituisce quella a pagamento. Non c’è dubbio che questo succeda, a volte, ma l’associazione fra le due cose non è per niente automatica. In un certo senso questo argomento ricorda quanto affermano alcune case discografiche, secondo cui ogni canzone scaricata dalla Rete equivale a un furto, perché altrimenti quella canzone sarebbe stata comprata.

In entrambi i casi è evidente che spesso non è così. Prendiamo alcuni spazi occupati senza alcun compenso per chi scrive (persino su grandi testate nazionali): anche qui, per i giovani autori, la scelta non è fra rifiutare a vantaggio della comunità o accettare soltanto per egoismo (ammesso che si possa parlare di egoismo per qualcuno che lavora gratis). Si tratta invece di scrivere per riempire uno spazio che altrimenti resterebbe vuoto.

E questo vale soprattutto per quei settori che in Italia non riescono a restare per tutto il tempo sotto la luce dei riflettori, generando sempre lettori, contatti e pubblicità. Il giornalismo scientifico, per esempio. Se le redazioni di scienza chiudono, non è certo smettendo di scrivere che riapriranno.

La questione cruciale è una ed è semplice: da Internet in poi sono venuti meno i due principali meccanismi in grado di produrre reddito per i giornalisti: vendite e pubblicità. La pubblicità online ha compensato questa perdita, ma in misura del tutto insufficiente. Nessuno – neppure le più prestigiose testate americane – ha un modello funzionante per sostituire quello vecchio, e si naviga a vista. I giovani giornalisti fanno quello che i giovani giornalisti hanno sempre cercato di fare: scrivere. Ma i mezzi che hanno a disposizione, la loro leva contrattuale, non sono mai stati così poveri come ora. È colpa loro perché cercano di farsi strada? Perché lavorano gratis quando potrebbero farsi pagare? Ma chi è che, potendo, non vorrebbe guadagnare per fare il proprio lavoro?

Per com’è strutturato il mercato, almeno in questo momento storico, chiedere a chi ha appena cominciato di scrivere solo se retribuito equivale a dirgli: “Non puoi entrare”. Lavorando è possibile farsi un nome, diventare più forti, guadagnare potere negoziale, ma serve tempo, bravura e un po’ di fortuna.

È interessante che molti, fra quelli che ora criticano la scelta di scrivere senza farsi pagare, ammettono di averlo fatto in passato. Qualcuno allora potrebbe chiedere: rifiutando, siete sicuri che ora sareste nello stessa posizione? Sicuri che, tutto considerato, non sia stato anche quello un gradino per diventare professionisti? E già dieci anni fa l’ingresso non era facile, ma senz’altro più facile di adesso. E se vi offrissero di scrivere senza essere pagati sul Times, in prima pagina, accettereste? Forse, forse no, ma la domanda non è banale.

Scrivere gratis non è giusto, almeno per chi vuole farlo come professione, eppure spesso è necessario. Almeno per il momento, almeno all’inizio.

Aggiornamento del 10/10: Segnalo quest’ottimo articolo sul blog di Eleonora Bianchini, in cui si presentano i due principali modelli di giornalismo che potrebbero sostituire quello tradizionale.

Comunicati stampi

di Davide Mancino

Riportiamo di seguito un comunicato stampa che ci è arrivato in data odierna.

Per la salute del lettore abbiamo aggiunto qualche a capo, ma il resto – garantiamo – è tutto come l’abbiamo ricevuto.

COMUNICATO STAMPA

Si chiama Mario Grieco, giovane irpino, un diploma di perito elettronico in possesso e tanta passione honoris causa d’ingegneria meccanica alle spalle, è stato questo giovane passionario di sicurezza stradale a brevettare un dispositivo meccanico capace di salvare migliaia di vite umane e ridurre al minimo il rischio di lesioni gravi.

Un brevetto, tanto per dirla, alla Zola’ capace di prendere la realtà e sbatterla in faccia alla sicurezza, una realtà, questa, colta dai più autorevoli centri di ricerca mondiali, tra essi l’MIT di Boston con il quale sono in corso trattative per l’implementazione del brevetto.

Si tratta di un dispositivo di sicurezza dei conducenti di Tir e autobus i quali sono costretti alla guida in spazi davvero limitati, pregiudizievoli alla loro sicurezza in caso d’impatto o incidente.

Il dispositivo del giovane Grieco, garantirebbe, simulazione effettuata al computer, una riduzione di oltre il 50% delle lesioni gravi, questo grazie alla meccanica d’arretramento progressivo del posto di guida del conducente.

Easy Grave: trova la tomba con l’app

di Davide Mancino

Un software per PC e smartphone consente di orientarsi nei cimiteri. Per non smarrirsi e trovare il percorso più breve per visitare i cari defunti.

A volte i cimiteri possono essere un labirinto di percorsi tortuosi, confusi, in apparenza tutti uguali. Per aiutare i visitatori nel loro omaggio ai cari estinti, l’Università degli Studi del Molise ha sviluppato il progetto Easy Grave: un software che semplifica la ricerca del percorso migliore fra l’ingresso del cimitero e una tomba, sepoltura o cappella.

Autore dell’opera è un giovane laureato in informatica, Filiano Di Maria. Insieme a lui Giovanni Capobianco, docente dell’ateneo molisano. È quest’ultimo a spiegare che “l’utente inserisce gli estremi del caro estinto e, sulla mappa del cimitero, viene disegnato il percorso tra l’ingresso e la residenza eterna del corpo del defunto”.

Tale percorso viene calcolato tramite degli algoritmi matematici in grado di stabilire il tragitto più breve fra due punti. Oltre a quelle predefinite, Easy Grave può utilizzare anche mappe satellitari derivate da Google Earth oppure fotografie aeree della zona.

Il GPS del telefono viene invece utilizzato quando “l’utente vuole passare da una tomba all’altra senza dover tornare all’ingresso, oppure se vuole sapere a che punto del cammino si trova sulla via del triste omaggio”.

Nonostante la (relativa) semplicità di Easy Grave, il suo sviluppo è stato segnato da diversi inconvenienti. Come racconta Capobianco, “l’idea è nata al termine del corso di calcolo numerico da un gruppo di studenti che dovevano implementare una tesina per la parte pratica dell’esame”. Quando però il progetto non è andato a buon fine, “Di Maria ha ripreso lo spunto e l’ha ampliato per la sua tesi di laurea”.

La parte più difficile, tuttavia, è arrivata quando nell’università si è diffusa la voce del lavoro in corso. Capobianco ricorda infatti “l’ironia e gli scongiuri che hanno accompagnato ovunque Di Maria: mentre si trovava in aula studio, ma anche al bar. Nell’intero complesso universitario”.

Sono ancora in fase di studio estensioni del software per migliorarne le funzionalità. Fra queste, per esempio, un modulo relativo alla “gestione amministrativa del cimitero”.

I chihuahua del potere

di Davide Mancino

Il giornalismo scientifico non ha denti e non fa male.

Partiamo dall’inizio e mettiamo da parte il fatto che anche chi scrive di scienza – come chi scrive di tutto il resto – racconta storie. Anzi, ricordiamolo, per un momento. Noi le raccontiamo perché chi ci legge quelle storie le vuole sentire. Questo è pacifico: se i lettori fossero interessati solo a equazioni e dati potremmo programmare (in cinque minuti: non è difficile) un bel software con cui mettere su giornali e riviste. Così non è, e per questo serviamo noi. È una metà fondamentale del nostro lavoro.

Poi però c’è l’altra parte, quella più seria, quella che non è solo scrivere storielle. Una cosa si dice sempre – con una grande parte di ipocrisia, ma anche un po’ di verità: il giornalismo è il cane da guardia del potere. Ma un cane per fare la guardia deve fare paura. Nessuno scapperebbe da un barboncino. I denti servono. Puoi anche non usarli, ma devi far vedere che ce li hai.

Ma questo vale per la politica, che c’entra la scienza?”, dirà qualcuno. Vale per la politica, è vero. Ma la politica non è l’unica forma di potere, solo quella più evidente. E anche la scienza è politica. Se non per le forme della ricerca (forse, ma questo è un altro discorso), ma almeno per le decisioni che bisogna prendere. Finanziamenti, posizioni, riunioni, accordi, progetti, alleanze. Per tutto questo e per il potere che gli scienziati hanno, mentre la conoscenza avanza. È un bene o male? Ne possiamo discutere. Io scrivo di scienza, quindi forse la mia risposta è ovvia. Ma, comunque sia, questa cosa è successa, sta succedendo ora mentre leggete, e continuerà a succedere nei prossimi anni. Le grandi scoperte della medicina e le armi nucleari, una vita più comoda e il rischio di distruggere il pianeta. La minaccia e la promessa: il risultato della nostra volontà di controllare il mondo, che abbiamo affidato alla scienza. E a chi altri, se no?

Ma se nessuno trova strano che i giornalisti chiedano conto a un politico delle sue azioni, non c’è motivo per cui con uno scienziato deve essere diverso. Chi scrive esercita anche una forma di controllo, e quando lo fa non è uno scienziato. Non sullo stesso piano. Né superiore, né inferiore a chi fa ricerca. È soltanto un altro lavoro, un lavoro diverso. Certo non il trombettiere della scienza o di chi la fa.

Scrittori veri – non figli incestuosi – possono fare questo lavoro pur sapendo che una separazione vera è impossibile, ma almeno provandoci. Anche questa è libertà.

Serious science is serious #2

Scienza e notizie di cui potevate fare a meno, volume #2.

Pare che questa volta abbiamo una bella fetta dedicata al sesso, quindi è un po’ NSFW. Avvisati! (Ma niente immagini, mi spiace 😉 )

Le giustificazioni sono due:

1) E’ stato un caso;

2) Il sesso fa sempre ascolti/lettori/contatti. Sappiate che al Master c’è chi travia le nostre giovani e innocenti menti con queste idee, quindi prendetela con loro (o ringraziateli).

Ecco a voi le ambite notizie:

  • Secondo Symantec, nota casa produttrice di anti-virus, “i siti religiosi sono molto più rischiosi di quelli porno”. E spiegano anche il perché;
  • La guerra al terrore come non l’avete mai vista: al-Quaeda nascondeva i suoi documenti segreti in un film porno intitolato (per l’amor del cielo non chiedetemi perché) Kick-Ass;
  • Non so proprio come presentarvi questa ricerca, ma il titolo è abbastanza self-explanatory: “Ovulatory cycle effects on tip earnings by lap dancers: economic evidence for human estrus?“. Ogni commento è superfluo;
  • Insoddisfatti del cibo moderno? C’è sempre una guida per cucinare come i cavernicoli:
  • Un esperimento quantistico mostra l’effetto prima della causa. Ma quant’è bella la fisica?
  • Super Mario è difficile. No, non in quel senso, nell’altro;
  • Scienziati usano laser per creare e deviare fulmini. Beccati questa Zeus!
  • Legislatori eletti in modo casuale possono migliorare l’efficienza del Parlamento. Uno studio di ricercatori italiani: perché la cosa non mi sorprende?
  • Il servizio segreto inglese pubblica dei paper inediti di Alan Turing. Sono stati così rivoluzionari, dicono, da dover essere segretati per cinquant’anni. E se vi interessa la storia di Turing, non perdete lo speciale su scienzainrete che andrà su agli inizi di giugno. Festeggieremo insieme il centenario della sua nascita (sul serio, non perdetelo: al Master ci siamo fatti un culo così per tirarlo su. Capito? Capito?!?).

Ciao e alla prossima!

Cercavate serie notizie scientifiche? Peccato!

di Davide Mancino

– Amanti dell’estate, gioite: questa volta la stagione calda durerà più a lungo degli altri anni. Di quanto? Non tanto per andare in spiaggia: soltanto un secondo;

– L’angolo di Capitan Ovvio: uno studio scopre che uomini e donne tendono a mentire nei siti per incontri online;

– Breve guida ai migliori vini superconduttori (con grafico);

– Copiare è noioso: anche i monaci medievali si lamentavano.

– Wernher von Braun, padre della missilistica, avrebbe da poco compiuto 100 anni. Sì, è stato un nazista, chissenefrega. (Scherzo, era giusto per fare un po’ di polemica nei commenti).