Scrivere gratis (o di questi blogger maledetti)

di Davide Mancino

L’Huffington Post non ha quasi fatto in tempo ad aprire che è (ri)esplosa la polemica sul pagamento dei blogger. Estesa poi all’intera categoria dei giovani freelance che scrivono per poco – quando non addirittura gratis.

Carlo Gubitosa, per esempio, scrive in un post che “è il momento di smetterla”. Lavorare senza farsi pagare sarebbe una gara al ribasso, un “dumping” che danneggia l’intero mercato di chi lavora con le parole e – si spera – vuole farne una professione.

Anche a me – dice Gubitosa – è capitato di scrivere gratis, ma poi ho cominciato a interrogarmi sulla responsabilità sociale delle mie azioni. E sono arrivato alla conclusione che [questi ragionamenti] hanno fatto crollare il valore della professione giornalistica negli ultimi 5 anni da 100 euro a pezzo (quanto prendevo io nel 2003 per scrivere articoli da freelance sul sito di un grande gruppo editoriale) a zero”.

Su una cosa non si può che essere d’accordo: oggi – a parte trascurabili eccezioni – nessuno pagherebbe 100 euro per un pezzo da pubblicare online. I compensi sono più magri, il lavoro più pesante e difficile.

Gubitosa ritiene che questo sia colpa di chi scrive per poco o nulla. Ma, fra i tanti che lo fanno per hobby, c’è chi spera che un giorno quello diventerà il suo lavoro: giovani scrittori, giovani giornalisti. È a causa loro che le paghe diminuiscono?

Questo sembra un ragionamento più di pancia che di testa. Ci sono diverse ragioni per cui le cose non stanno così. La domanda fondamentale che bisogna porsi è: perché ora? Perché oggi chi vuole diventare giornalista accetta di lavorare per così poco, e dieci, quindici, vent’anni fa non lo faceva? Perché per introdursi nel mondo del giornalismo (per la visibilità, come si dice) oggi si scrive gratis? È vero che gli articoli sotto costo sostituiscono quelli a pagamento? La retribuzione potrebbe essere più alta?

Se studiamo come si è evoluto il mondo della stampa (e non solo in Italia), ci accorgiamo immediatamente che quella degli scrittori a zero euro non è causa, ma conseguenza. E spesso una necessità.

Prendiamo i tre attori più coinvolti: giornali, pubblico e giornalisti. Cos’è cambiato dal 2003 (quando un pezzo valeva 100 euro) a oggi? Già con l’avvento di Internet la situazione dell’editoria periodica era peggiorata: nel rapporto OCSE “The future of news and the Internet” leggiamo che “la crescita dei giornali è rallentata progressivamente dal 2004 fino a raggiungere quasi lo zero nel 2007, per poi diventare negativa nel 2008. La stampa generalista e regionale è stata particolarmente colpita, e il 2009 si è rivelato l’anno peggiore, con i declini maggiori negli Stati Uniti, Inghilterra, Grecia, Italia, Canada e Spagna”.

Diamo un’occhiata ai numeri: nel 2003 il Corriere della Sera aveva una diffusione media di 682.669 copie, Repubblica di 626.293, la Stampa di 362.352. Nel 2011 tutti e tre erano calati rispettivamente a 481.207, 436.202 e 273.167 copie. Fra il 2000 e il 2008, la diffusione complessiva dei quotidiani è calata del 13%, mentre il numero di testate è aumentato del 50%. I dati parlano da soli: chi riempirà tutti questi giornali, se i ricavi dell’informazione sono sempre meno?

E non dimentichiamo che in occidente, dal 2007, è successo anche qualcos’altro. Lo stesso rapporto OCSE sottolinea che “la crisi economica e la diminuzione della spesa per la pubblicità (online e offline) hanno creato ulteriori problemi a molti quotidiani. I fattori strutturali sono aggravati da fattori ciclici”. Mentre traballano persino i finanziamenti pubblici, non varia la quantità di giornalisti: dal 1997 al 2007 in Italia il loro numero rimane più o meno stabile, mentre cala in diversi altri paesi OCSE.

La conclusione allora è semplice: la torta diventa sempre più piccola, ma a volerne una fetta è lo stesso numero di persone. La lotta per quello che resta diventa più forte, e intanto i guadagni diminuiscono per tutti. A soffrire di più, come succede sempre nei momenti di difficoltà, sono i meno protetti, che se vogliono vivere di scrittura non possono più permettersi di chiedere un compenso adeguato. Spesso non possono permettersi di chiedere nessun compenso.

Il secondo punto riguarda la visibilità. È solo per averne un po’ che oggi si scrive gratis?

I vantaggi di farsi conoscere nell’ambiente sono ovvi: fare un buon lavoro e riuscire a diffonderlo apre la strada ad altre collaborazioni, progetti, attività future. Ma questa non è certo una novità: il mondo della scrittura – almeno nei suoi meccanismi fondamentali – funziona così da tempo.

Perché allora trent’anni fa gli scrittori a zero euro non erano così tanti? Che sia aumentata la competizione? Certo, ma (per le ragioni che abbiamo visto) soltanto per chi lavora già nel sistema. Non sembra invece corretto equiparare chi ha un blog personale o commenta in rete con chi lo fa per professione. Certo, a volte possono esserci sovrapposizioni, ma la stragrande maggioranza di chi scrive su Internet non lo fa per guadagnare: solo perché ne trae soddisfazione.

Esistono addirittura argomenti per ritenere che Internet scoraggi il passaggio verso la scrittura professionale. In primo luogo, come ho ricordato, il settore non può definirsi esattamente florido: un fatto noto a tutti e che già di per sé non costituisce un grande incentivo.

Ma forse ancora più importante è che la Rete ha ridotto e poi praticamente azzerato i costi necessari per poter diffondere le proprie idee in tutto il mondo. In passato, per riuscirci, era necessario essere un professionista assunto e pagato. Oggi non è più così. Questo potrebbe avere due effetti: da un lato alleggerire la competizione fra professionisti, dall’altro aumenta quella fra questi ultimi e chi scrive per hobby. E qui si arriva a una domanda spinosa: gli hobbisti sostituiranno i professionisti?

Analizzare il problema richiederebbe molto tempo: sottolineiamo soltanto la conclusione dei due ragionamenti. Se si pensa che il lavoro di chi scrive per professione potrà essere sostituito da chi lo fa per hobby, allora in un futuro abbastanza vicino non esisteranno più giornalisti né scrittori, ma solo citizen journalists o citizen writers. Sarebbe inevitabile. E questo metterebbe una pietra tombale su tutto il problema: che senso ha chiedersi se è giusto richiedere sempre un compenso, se prima o poi nessuno nel campo verrà più pagato?

Se invece (come io credo) gli scrittori professionisti avranno anche in futuro un importante bagaglio di esperienza, abilità e competenze, allora per loro continuerà ad esserci spazio. Ma in questo senso l’idea di scrivere per essere visibili non cambia di molto. È necessario farsi conoscere oggi come lo era ieri, e certo non può essere questo a spingere qualcuno a lavorare senza ricevere compenso.

La questione della visibilità è sempre stata un do ut des fra chi scrive e chi pubblica. Il valore di questo scambio è rimasto intatto, anche dopo l’avvento di Internet. Sono diverse invece le condizioni economiche. Se la moneta con cui si accetta di venire pagati è solo quella della visibilità, è perché non ce n’è altra a disposizione. Per chi comincia spesso non c’è una vera scelta: o quello, o nulla.

Qualcosa di simile succede anche quando si dice che la scrittura gratuita sostituisce quella a pagamento. Non c’è dubbio che questo succeda, a volte, ma l’associazione fra le due cose non è per niente automatica. In un certo senso questo argomento ricorda quanto affermano alcune case discografiche, secondo cui ogni canzone scaricata dalla Rete equivale a un furto, perché altrimenti quella canzone sarebbe stata comprata.

In entrambi i casi è evidente che spesso non è così. Prendiamo alcuni spazi occupati senza alcun compenso per chi scrive (persino su grandi testate nazionali): anche qui, per i giovani autori, la scelta non è fra rifiutare a vantaggio della comunità o accettare soltanto per egoismo (ammesso che si possa parlare di egoismo per qualcuno che lavora gratis). Si tratta invece di scrivere per riempire uno spazio che altrimenti resterebbe vuoto.

E questo vale soprattutto per quei settori che in Italia non riescono a restare per tutto il tempo sotto la luce dei riflettori, generando sempre lettori, contatti e pubblicità. Il giornalismo scientifico, per esempio. Se le redazioni di scienza chiudono, non è certo smettendo di scrivere che riapriranno.

La questione cruciale è una ed è semplice: da Internet in poi sono venuti meno i due principali meccanismi in grado di produrre reddito per i giornalisti: vendite e pubblicità. La pubblicità online ha compensato questa perdita, ma in misura del tutto insufficiente. Nessuno – neppure le più prestigiose testate americane – ha un modello funzionante per sostituire quello vecchio, e si naviga a vista. I giovani giornalisti fanno quello che i giovani giornalisti hanno sempre cercato di fare: scrivere. Ma i mezzi che hanno a disposizione, la loro leva contrattuale, non sono mai stati così poveri come ora. È colpa loro perché cercano di farsi strada? Perché lavorano gratis quando potrebbero farsi pagare? Ma chi è che, potendo, non vorrebbe guadagnare per fare il proprio lavoro?

Per com’è strutturato il mercato, almeno in questo momento storico, chiedere a chi ha appena cominciato di scrivere solo se retribuito equivale a dirgli: “Non puoi entrare”. Lavorando è possibile farsi un nome, diventare più forti, guadagnare potere negoziale, ma serve tempo, bravura e un po’ di fortuna.

È interessante che molti, fra quelli che ora criticano la scelta di scrivere senza farsi pagare, ammettono di averlo fatto in passato. Qualcuno allora potrebbe chiedere: rifiutando, siete sicuri che ora sareste nello stessa posizione? Sicuri che, tutto considerato, non sia stato anche quello un gradino per diventare professionisti? E già dieci anni fa l’ingresso non era facile, ma senz’altro più facile di adesso. E se vi offrissero di scrivere senza essere pagati sul Times, in prima pagina, accettereste? Forse, forse no, ma la domanda non è banale.

Scrivere gratis non è giusto, almeno per chi vuole farlo come professione, eppure spesso è necessario. Almeno per il momento, almeno all’inizio.

Aggiornamento del 10/10: Segnalo quest’ottimo articolo sul blog di Eleonora Bianchini, in cui si presentano i due principali modelli di giornalismo che potrebbero sostituire quello tradizionale.

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