Val Rosandra: la valle della discordia

di Cristina Tognaccini, Fabio Perelli, Claudio Dutto

È giusto abbattere alcuni alberi secolari per evitare i pericoli che potrebbero causare in caso di alluvione? È questa la domanda alla base dell’acceso dibattito che è sorto in val Rosandra, valle carsica al confine tra Italia e Slovenia. I problemi sono sorti dopo che gli abitanti di Bagnoli della Rosandra hanno chiesto l’intervento del comune per ripulire un tratto del torrente dai tronchi e dalle ramaglie che occupavano l’alveo. Su disposizione della regione Friuli Venezia Giulia, il 24 e 25 marzo scorso i volontari della Protezione Civile hanno iniziato i lavori, ma l’abbattimento delle piante si è prolungato anche in un primo tratto della Riserva Naturale della Val Rosandra, scatenando le ire dei triestini, affezionati da sempre alla valle. Nel giro di pochi giorni è nato il Comitato per la difesa della val Rosandra (http://comitatovalrosandra.org/) che ha organizzato una grande manifestazione e ha bloccato la seconda sessione di lavori, in programma per il 14 e 15 aprile. Il comitato ha lanciato una petizione popolare per chiedere al Parlamento italiano di sollecitare la Commissione Europea affinché inizi un’indagine per stabilire le responsabilità oggettive dei committenti del lavoro.

Ma cosa pensano effettivamente gli abitanti di Bagnoli? A differenza dei triestini, che sono accorsi in massa a firmare la petizione nei locali pubblici di Trieste, i valligiani si sono dimostrati molto meno indignati e in gran parte ritengono utile il lavoro di disboscamento effettuato. Pochi hanno aderito alla raccolta firme e non sono mancati gli scontri verbali con i manifestanti che li invitavano al corteo di protesta. La differenza di vedute tra i turisti e i residenti è davvero netta: da una parte c’è  il dispiacere e il rancore per quello che è stato distrutto, dall’altra la soddisfazione per un lavoro che andava fatto e che ha evitato future disgrazie. Qualcuno riconosce che alcune decine di metri, a monte del rifugio Mario Permuda, potessero essere risparmiate dal disboscamento, ma il dispiacere maggiore è legato all’interruzione dei lavori perché il tratto più a rischio in caso di piena del torrente non è stato toccato.

Nessuno ha voluto farsi riprendere dalle nostre telecamere, forse per non avere problemi con i compaesani, forse per timore di improbabili ripercussioni politiche. Al contrario, a Trieste le persone si sono dimostrate molto più aperte e decise nel sottolineare le proprie posizioni. La battaglia politico-legale continua, il torrente per ora è ancora da sistemare, la galleria di alberi tanto amata dai turisti, invece, non c’è più.

 

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