Sebben che siamo donne

Ogni anno, intorno alla prima settimana di marzo, vengo informata della stessa grande verità: soltanto le donne hanno una vita privata.
Se ne parla a gran voce, e politici, opinionisti, associazioni, giornalisti, tutti si occupano e preoccupano di farci sapere quanto sarebbe buono, auspicabile, necessario per il mondo femminile conciliare il lavoro e la vita.
Lì risiede, pare, la radice del problema – se di problema si può poi parlare – in quell’assenza di integrazione, in quella disarmonia di necessità.
Norme, servono, leggi, riforme. Per conciliare.

Mi commuove tanta sensibilità per la protezione della mia vita privata.
Penso, ecco, sì, questa riforma la voglio.
Voglio andare al cinema la mattina, e poi fare colazione al bar a mezzogiorno, con l’ultimo cornetto rimasto. E poi lavorare, perché no, nel pomeriggio, restare fino a tardi, passare una notte insonne per il motivo che va più a me. Voglio pensare di avere ancora il tempo per fare un viaggio che sia più lungo di un weekend. Decidere di partire, non essere certa di quando tornerò. Decidere di prendermi cura di chi mi va, quando mi va, per quanto tempo mi va.
Ecco, la vita.
E una legge per tutelarla, per conciliarla al lavoro, che bello sarebbe.
Riflettendoci penso che tutto sommato è un peccato che questo sforzo legislativo sia indirizzato al solo sesso femminile, che in fondo avrebbero diritto anche gli uomini ad andare al cinema la mattina, e fare colazione con l’ultimo cornetto rimasto (anche se l’ultimo no, quello l’ho preso io).

Appena sotto i titoli capisco perché la vita che si vuole qui difendere e conciliare riguarda soltanto il mondo femminile: si sta parlando in fondo della stessa equazione di sempre, che vuole la vita delle donne esaurirsi in gravidanza e cure familiari.
Sarà forse una fissazione del tutto personale, ma il linguaggio ha il suo peso, e parlare di vita mentre si intende famiglia è una svista che sarebbe stato bello veder morire con il ventennio fascista.

Leggo le interviste al ministro dell’Interno Anna Maria Cancellieri e scopro che non ho bisogno di quote rosa, ma di asili nido.
Ringrazio per il pensiero, ma anche se non disdegnerei di tanto in tanto un sonnellino post-prandiale, resto convinta del fatto che pensare di risolvere la disparità lavorativa di genere con gli asili nido sia come suggerire di affrontare le diseguaglianze economiche tra bianchi e neri abbassando il prezzo del pollo fritto.

Siamo sicuri che si debba affrontare il discorso della parità dei sessi soltanto parlando di gravidanza e asili nido?

Secondo i dati Istat, nel 2010, l’età media del primo figlio per le donne italiane era di 31.3 anni (31.9 considerando soltanto le donne di cittadinanza italiana; 35 anni per gli uomini). Sarà davvero soltanto la gravidanza e la gestione della famiglia all’origine delle disuguaglianze di genere nell’occupazione?
Nei primi tre trimestri del 2011 il tasso di disoccupazione femminile tra i 18 e i 29 anni, quando quindi le donne dovrebbero in media essere fuori dal problema gravidanza, è di 4 punti percentuali superiore a quello maschile (21.6% di disoccupazione per le donne contro 17.6% per gli uomini). Se si considera l’intervallo tra i 20 e i 24 anni, la differenza tra i tassi di disoccupazione è di nuovo sfavorevole per le donne di 4.7 punti percentuali (27.8% per le donne e 23.1% per gli uomini). Tra i 25 e i 34 anni, la differenza scende di poco, arrivando al 3.4% (13.1% per le donne e 9.7% per gli uomini). Si riduce ancora nell’intervallo successivo, tra i 35 e i 44 anni, quando le donne dovrebbero essere alle prese con i fantomatici asili nido: il tasso di donne disoccupate è superiore a quello degli uomini del 2.2% (disoccupazione al 7.7% per le donne e al 5.4% per gli uomini).

Si dirà: ma la disoccupazione considera solo i lavoratori in attiva ricerca di lavoro, mentre spesso le donne smettono di cercare quando figliano e si vedono costrette a prendersi cura della prole.
Vero.
Ma anche considerando il tasso di inattività (che include studenti e casalinghe e persone in generale che non stanno cercando lavoro), si osserva che il divario di genere inizia prima del periodo in cui una donna italiana, in media, mette al mondo il primo figlio: il tasso di inattività femminile tra i 18 e i 29 anni è già di 14 punti percentuali superiore a quello maschile.

Una volta appurato che la gravidanza e la gestione della famiglia non sono le ragioni uniche e prime di una situazione occupazionale molto sfavorevole per le donne, si potrebbe sperare, per la prossima festa della donna, di non veder esaurito il discorso con promesse di conciliazione di lavoro e vita privata.

Sarebbe bello, ogni tanto, poter parlare di lavoro e di vita e di questione di genere senza essere ricondotte, ancora oggi, a una vaga modifica del ruolo di sposa e madre.

I tassi di disoccupazione e inattività riportati si riferiscono ai dati Istat per i primi tre trimestri del 2011.

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