Chi ha paura del nano?

Questo post non parla di sentenze e vicende giudiziarie. Nonostante la concomitanza.

Cosa sono le nanotecnologie? Tecnologie di dimensioni mille volte inferiori rispetto al limite di risoluzione dell’occhio, che l’uomo costruisce per svolgere le più svariate funzioni.

Dal tablet su cui sto scrivendo questo post fino al cerotto che applico la sera per smettere di fumare, i campi di applicazione di queste tecnologie sono davvero sterminati.

L’idea, almeno in teoria, è che in futuro le nanotecnologie diventino la norma, non solo nei laboratori di ricerca più sofisticati ma nella vita quotidiana di tutti i cittadini. E dai pochi esempi fatti si capisce quanto in verità questo già accada.

Una vera e propria rivoluzione, dunque, che non giunge dirompente, ma in modo graduale e atteso. Anche per evitare gli errori del passato, soprattutto nella comunicazione.

Pensiamo per esempio a quanto accaduto con gli OGM. Fino a poco più di un decennio fa, gli organismi geneticamente modificati e in generale le applicazioni delle tecniche di ingegneria genetica sembravano un’innovazione pronta a esplodere e invadere i mercati di tutto il mondo.

Oggi possiamo affermare, aldilà delle ragioni di parte o delle polemiche che da sempre accompagnano temi controversi tecno scientifici e sociali, che il sentimento comune nei confronti delle colture ingegnerizzate nella mentalità popolare è stato visto prima come una minaccia diretta per la salute, poi come un rischio per la biodiversità della nostra penisola.

Non è questo il luogo per affrontare le ragioni di tale visione.

Lo spunto è solo quello per riflettere su come sia fondamentale tenere conto anche delle strategie di comunicazione quando si parla di innovazione. Figuriamoci se si tratta di vere e proprie rivoluzioni (annunciate o presunte che siano).

Proprio per evitare che una situazione di scetticismo diffuso o addirittura di completa chiusura al dialogo (come quella nei confronti degli Ogm) si ripeta, l’Ue ha avviato da alcuni anni un dibattito “veicolato” sulle nanotecnologie. Il virgolettato non è un giudizio, ma è bene chiarire questo punto: quando scrivo veicolato non intendo pilotato.

Nanopinion, questo è il nome del progetto europeo che punta alla sensibilizzazione dell’opinione comune sull’utilità che le tecnologie nanoscopiche rappresenteranno. Il progetto riunisce 17 partner tra cui alcune delle più importanti testate giornalistiche europee di 11 paesi (GuardianEl MundoCourrier International e Il Sole24ore per l’Italia) e importanti organizzazioni come il British Council o la rete dei musei scientifici europei Ecsite.

Il progetto, come si può leggere sul sito di riferimento http://www.nanopinion.eu/, è “mirato a stimolare la partecipazione attiva dei cittadini per la valutazione di cosa vogliamo dalla ricerca e dall’innovazione. In particolare, questo progetto è focalizzato sull’analisi di come la società vorrebbe che fossero usate le nanotecnologie in futuro”.

L’obiettivo dichiarato è quello perseguito dall’Unione Europea di approfondire tutto ciò che riguarda la “ricerca e l’innovazione sostenibile”.

A supporto di ciò, nanOpinion organizza numerosi eventi di sensibilizzazione al dibattito, fornendo materiali per l’informazione sulle nanotecnologie sia attraverso i media partner sia con campagne social media, coinvolgendo infine anche le scuole in programmi formativi.

NanOpinion è solo uno degli ultimi esempi di sensibilizzazione su temi che riguardano l’innovazione o più in generale il rapporto tra scienza e società (dalle più classiche conferenze fino agli eventi più di moda, passando per i fantastici playdecide).

A mio avviso uno degli spunti interessanti dell’impianto di questo progetto risiede nella forte impronta comunicativa. Gli utenti del sito hanno a disposizione video, blogs e una intera sezione multimediale per informarsi e le stesse tipologie di contributi sono pensati per raccontare le nanotecnologie con approcci e stili semplici e molto fruibili da un vasto pubblico. A questo si aggiunge una piattaforma multilingua e il lavoro delle varie testate nelle varie nazioni che agevola la comprensione a chi non conosce l’inglese.

Se nel concetto stesso di innovazione c’è il fine ultimo di portare vantaggio all’uomo, risolvendo problemi o migliorando la qualità della vita, è imprescindibile da ciò una corretta informazione su quali potrebbero essere gli scenari futuri e applicativi di tale novità.

Il futuro e l’innovazione, quindi, passano dalla partecipazione.

Del resto se non si conoscono le domande,  non ha senso cercare e/o costruire risposte.

Non abbiate paura del nano. Oggi no (ok, questa l’ho fatta apposta).

Il fenotipo esteso di Berlusconi. Una lettura etologica dell’attuale situazione politica

di Valerio Congeduti

Il trematode è un piccolo verme con un complesso ciclo vitale.
Berlusconi è un piccolo v… un abile politico, leader del Popolo della Libertà

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Nei primi stadi di vita il trematode parassita le lumache, ma il suo sogno da grande è di passare nel corpo di un uccello, l’ospite successivo nel suo ciclo vitale.
Nei suoi primi anni di vita politica Berlusconi parassita l’Italia, ma la sua saggezza gli consiglia da vecchio di limitarsi a parassitare il Partito Democratico.

Per realizzare il sogno di volare, il trematode deve fare in modo che la lumaca che lo ospita venga mangiata da un pennuto. Come?
Per godersi serenamente la vecchiaia, Berlusconi deve costringere il Pd a realizzare i punti del suo programma al posto suo. Come?

Il trematode modifica il comportamento delle lumache spingendole verso la luce e ne invade le corna facendole pulsare vistosamente.
Berlusconi impone al Pd il proprio programma (vedi l’Imu) e le proprie facce (vedi Nitto Palma), sotto il ricatto di far cadere il governo.

Contro il loro stesso interesse le lumache si rendono più vulnerabili alle beccate dei volatili.
Apparentemente contro il suo stesso interesse il Pd accetta leggi inutili e dannose.

Le lumache sono il fenotipo esteso di un gene egoista del trematode.
Il Pd è il fenotipo esteso del genio egoista leader del Pdl.

Si ringrazia Richard Dawkins per l’ispirazione e si invita alla lettura del suo capolavoro
Il fenotipo esteso.

Crediti immagine: Jürgen Schoner, Wikipedia

Sismologi, dite qualcosa di scientifico a Quagliariello… dite qualcosa!

di Valerio Congeduti

Durante la trasmissione Brontolo dell’11 febbraio, l’onorevole Gaetano Quagliariello del Pdl si lancia in un ardito confronto tra il terremoto dell’Aquila e quello dell’Emilia. La differenza nel numero delle vittime dipenderebbe, secondo Quagliariello, dal fatto che il centro storico dell’Aquila era fatiscente già prima del sisma.Image

Già in passato erano stati proposti paragoni tra terremoti e tra terremotati, per fare una classifica di chi è stato più diligente, chi più discolo, chi più sfigato, e così via. In questo caso, però, le affermazioni di Quagliariello sono un vero attentato alla scienza. Immagino (mi auguro) che tutti i sismologi in ascolto in quel momento siano saltati in piedi sulle sedie e sui divani, in preda all’orrore per quanto veniva dichiarato. Siccome, però, non mi è capitato di imbattermi in comunicati, smentite o petizioni contro il compagno di partito di Berlusconi, mi permetto di approfittare io stesso delle circostanze per sfatare un po’ di miti.

2012: terremoto Emilia; Mw 5.8; 27 vittime
2009: terremoto L’Aquila; Mw 6.3; 309 vittime
1995: terremoto Kobe; Mw 6.8; 6434 vittime

Per chi non lo sapesse Kobe sta in Giappone. Quagliariello vorrà forse sostenere che il minor numero di morti in Emilia e all’Aquila si spiega perché Kobe (in Giappone, ripeto) aveva costruzioni fatiscenti?

Improbabile. E allora c’è bisogno che qualcuno spieghi a Quagliariello i seguenti punti:

1. La scala Richter è logaritmica. “In termini di energia rilasciata, una differenza di magnitudo pari a 1.0 è equivalente ad un fattore 31.6” (fonte: Wikipedia). Un terremoto 5.8 e uno 6.3 non sono affatto “simili”, così come un 6.3 non è simile a un 6.8. Capito Quagliariello?

2. I danni causati da un sisma dipendono anche dalla distanza dei centri abitati rispetto all’epicentro. Il terremoto del 29 maggio 2012 è avvenuto a oltre 20 km da Modena. Il terremoto del 6 aprile 2009 a soli 2 km dall’Aquila.

3. Il numero di vittime e di edifici danneggiati è direttamente proporzionale al numero di abitanti e di edifici costruiti nelle zone prossime all’epicentro. Il maggiore impatto del terremoto aquilano trova spiegazione anche nella sua vicinanza a una città capoluogo di regione, non a comuni di poche migliaia di persone. Per non parlare di Kobe, che supera il milione di abitanti.

4. A determinare la distruttività di un sisma, ben più della scala Richter, intervengono altri fattori, come l’accelerazione al suolo.

Le mie competenze si fermano qui e mi taccio. Sarebbe bello che ogni tanto queste cose venissero spiegate anche da sismologi. Sarebbe bello che venissero chiamati più spesso a smontare il senso comune, scientificamente e storicamente infondato, che imperversa nei discorsi quotidiani (“terremoti simili”; “in Giappone non se ne sarebbero neanche accorti” et similia). In fondo, è in questo che i sismologi sono davvero competenti, non in materie giuridiche.

Preferisci il rischio “da divano”?

di Adriana Schepis

Un noto esempio di rischio “da divano” è la profezia maya sulla fine del mondo per il 21.12.12. Cataclismi, sconvolgimenti, borborigmi e altri eventi nefasti sono paventati da chi ci crede. Ognuno dà la sua versione; quasi tutti illustrano la faccenda mostrando, a quanto pare, il calendario sbagliato.

Se scegli di preoccuparti per un rischio “da divano”:
1. Nei momenti di sconforto hai a disposizione un coro di voci autorevoli che, basandosi sulla scienza e non su una profezia, ti tranquillizzano: è una bufala.
2. Se questo non dovesse bastare: puoi provare a convincerti che, in caso di improvviso collasso globale (stile Hollywood), se sei fortunato gliela lasci subito e non ci pensi più.
3. Puoi affrontare questo tipo di rischio stando comodamente seduto in poltrona; con l’ulteriore vantaggio che se ti stufi di guardare Kazzenger puoi cambiare canale.
4. Nell’attesa della fatidica data, puoi ripetere a te stesso che se succede qualcosa non è colpa tua. Una tragica fatalità; cosa potevamo farci?
5. Sai che il 22 dicembre sarà bellissimo tirare un gran sospiro di sollievo. Visto che il pianeta non è esploso all’improvviso adesso dovrai ricominciare a pulire casa. Ma non si può avere tutto nella vita.
6. La sera della Vigilia (avevi pensato di concedere un po’ di margine, ma ancora non è successo niente e dunque il pianeta è salvo) il solito torrone ti sembrerà più buono che mai; sopporterai con rinnovata pazienza il nonno che si addormenta a tavola russando e la zia che da 43 anni continua a pizzicarti le guance mentre ti allunga 5 euro.medium_1106538282

Poi ci sono i rischi reali. Di esempi se ne possono fare tanti (clicca “view more” a questo link per il grafico interattivo); ma scegliamone uno. Il decennio 2002-2011 è stato il più caldo in Europa, con una temperatura della superficie terrestre più alta di 1,3° C rispetto alla temperatura media dell’epoca preindustriale. Alcuni fra gli effetti già provocati dal riscaldamento globale: aumento del livello del mare e acidificazione degli oceani; aumento di inondazioni e dell’intensità e frequenza dei periodi di siccità; compromissione di molti habitat e minacce alla biodiversità e agli ecosistemi, dalla cui salute dipende direttamente e indirettamente la nostra vita. Il costo dei danni causati dai disastri naturali è aumentato, ed è destinato a crescere. In un mondo più caldo di 4°C l’ecosistema subirebbe una transizione verso uno stato mai esperito dalla specie umana. Ondate di calore senza precedenti, siccità e inondazioni gravi aumenterebbero la mortalità e determinerebbero una perdita di biodiversità su larga scala. Le risorse dalle quali dipende la nostra società si ridurrebbero drasticamente.

Se scegli di preoccuparti per un rischio reale:
1. Nei momenti di sconforto hai a disposizione un coro di voci autorevoli che, basandosi sulla scienza, ti assicurano che si tratta di rischi veramente gravi.
2. Non puoi nemmeno consolarti sognando una fine rapida: i cambiamenti climatici comportano processi graduali e irregolari; la degradazione progressiva delle componenti strutturali del sistema rende il processo sempre più rapido e irreversibile.
3. Il rischio reale non si può affrontare dal divano. Devi informarti e agire. Fortunatamente, se stavi guardando Kazzenger, questo potrebbe spingerti a cambiare canale.
4. La responsabilità di quello che succede è anche tua. Quante volte ti sei ripromesso di fare la differenziata, comprare dal contadino anziché al centro commerciale, usare meno la macchina (così butti giù anche un po’ di pancia)?
5. Non c’è una data precisa dopo la quale puoi stare tranquillo. Ma non è una buona scusa per smettere di pulire casa.
6. La sera della Vigilia il torrone ti andrà di traverso. Strillerai come ogni anno nell’orecchio di quel trombone di tuo nonno, e la zia si troverà con i 5 euro infilati nella scollatura.

Oppure, potresti anche scoprirti a sorridere in mezzo a questa umanità varia e strana che in genere chiamiamo famiglia.
Ma solo nel momento in cui, invece di sentirti impotente (cosa che non ci possiamo più permettere) avrai deciso di fare la tua parte.

E tu, di quale rischio ti vuoi preoccupare?

photo credit: foka kytutr via photopin cc

Era tutto normale, a l’Aquila

di Davide Mancino

I verbali firmati ex post, in mezzo alle macerie.
“Non sapevo neppure cosa ho firmato” (Boschi)
“Non ti preoccupare, siamo collaborativi, il comunicato te lo sottoponiamo prima” (Boschi a Bertolaso, 9 aprile)
“La riunione è finalizzata a questo, la verità non si dice” (Bertolaso a Boschi, 9 aprile)
“Vengono i luminari, è più un’operazione mediatica, loro diranno: è una situazione normale, non ci sarà mai la scossa che fa male” (Bertolaso)
“La rassicurazione è il primo obbligo di un organo pubblico (Mario Morcellini, testimone della difesa)
“Il punto della riunione era calmare la popolazione. Noi scienziati non l’abbiamo capito se non più tardi (Boschi)

La sentenza è eccessiva, siamo tutti d’accordo. Però un po’ di memoria non guasta.

Questo post è stato modificato il 5/11/12: la conversazione di Boschi e Bertolaso è avvenuta il 9 aprile, non il 6 come erroneamente riportato.

Scrivere gratis (o di questi blogger maledetti)

di Davide Mancino

L’Huffington Post non ha quasi fatto in tempo ad aprire che è (ri)esplosa la polemica sul pagamento dei blogger. Estesa poi all’intera categoria dei giovani freelance che scrivono per poco – quando non addirittura gratis.

Carlo Gubitosa, per esempio, scrive in un post che “è il momento di smetterla”. Lavorare senza farsi pagare sarebbe una gara al ribasso, un “dumping” che danneggia l’intero mercato di chi lavora con le parole e – si spera – vuole farne una professione.

Anche a me – dice Gubitosa – è capitato di scrivere gratis, ma poi ho cominciato a interrogarmi sulla responsabilità sociale delle mie azioni. E sono arrivato alla conclusione che [questi ragionamenti] hanno fatto crollare il valore della professione giornalistica negli ultimi 5 anni da 100 euro a pezzo (quanto prendevo io nel 2003 per scrivere articoli da freelance sul sito di un grande gruppo editoriale) a zero”.

Su una cosa non si può che essere d’accordo: oggi – a parte trascurabili eccezioni – nessuno pagherebbe 100 euro per un pezzo da pubblicare online. I compensi sono più magri, il lavoro più pesante e difficile.

Gubitosa ritiene che questo sia colpa di chi scrive per poco o nulla. Ma, fra i tanti che lo fanno per hobby, c’è chi spera che un giorno quello diventerà il suo lavoro: giovani scrittori, giovani giornalisti. È a causa loro che le paghe diminuiscono?

Questo sembra un ragionamento più di pancia che di testa. Ci sono diverse ragioni per cui le cose non stanno così. La domanda fondamentale che bisogna porsi è: perché ora? Perché oggi chi vuole diventare giornalista accetta di lavorare per così poco, e dieci, quindici, vent’anni fa non lo faceva? Perché per introdursi nel mondo del giornalismo (per la visibilità, come si dice) oggi si scrive gratis? È vero che gli articoli sotto costo sostituiscono quelli a pagamento? La retribuzione potrebbe essere più alta?

Se studiamo come si è evoluto il mondo della stampa (e non solo in Italia), ci accorgiamo immediatamente che quella degli scrittori a zero euro non è causa, ma conseguenza. E spesso una necessità.

Prendiamo i tre attori più coinvolti: giornali, pubblico e giornalisti. Cos’è cambiato dal 2003 (quando un pezzo valeva 100 euro) a oggi? Già con l’avvento di Internet la situazione dell’editoria periodica era peggiorata: nel rapporto OCSE “The future of news and the Internet” leggiamo che “la crescita dei giornali è rallentata progressivamente dal 2004 fino a raggiungere quasi lo zero nel 2007, per poi diventare negativa nel 2008. La stampa generalista e regionale è stata particolarmente colpita, e il 2009 si è rivelato l’anno peggiore, con i declini maggiori negli Stati Uniti, Inghilterra, Grecia, Italia, Canada e Spagna”.

Diamo un’occhiata ai numeri: nel 2003 il Corriere della Sera aveva una diffusione media di 682.669 copie, Repubblica di 626.293, la Stampa di 362.352. Nel 2011 tutti e tre erano calati rispettivamente a 481.207, 436.202 e 273.167 copie. Fra il 2000 e il 2008, la diffusione complessiva dei quotidiani è calata del 13%, mentre il numero di testate è aumentato del 50%. I dati parlano da soli: chi riempirà tutti questi giornali, se i ricavi dell’informazione sono sempre meno?

E non dimentichiamo che in occidente, dal 2007, è successo anche qualcos’altro. Lo stesso rapporto OCSE sottolinea che “la crisi economica e la diminuzione della spesa per la pubblicità (online e offline) hanno creato ulteriori problemi a molti quotidiani. I fattori strutturali sono aggravati da fattori ciclici”. Mentre traballano persino i finanziamenti pubblici, non varia la quantità di giornalisti: dal 1997 al 2007 in Italia il loro numero rimane più o meno stabile, mentre cala in diversi altri paesi OCSE.

La conclusione allora è semplice: la torta diventa sempre più piccola, ma a volerne una fetta è lo stesso numero di persone. La lotta per quello che resta diventa più forte, e intanto i guadagni diminuiscono per tutti. A soffrire di più, come succede sempre nei momenti di difficoltà, sono i meno protetti, che se vogliono vivere di scrittura non possono più permettersi di chiedere un compenso adeguato. Spesso non possono permettersi di chiedere nessun compenso.

Il secondo punto riguarda la visibilità. È solo per averne un po’ che oggi si scrive gratis?

I vantaggi di farsi conoscere nell’ambiente sono ovvi: fare un buon lavoro e riuscire a diffonderlo apre la strada ad altre collaborazioni, progetti, attività future. Ma questa non è certo una novità: il mondo della scrittura – almeno nei suoi meccanismi fondamentali – funziona così da tempo.

Perché allora trent’anni fa gli scrittori a zero euro non erano così tanti? Che sia aumentata la competizione? Certo, ma (per le ragioni che abbiamo visto) soltanto per chi lavora già nel sistema. Non sembra invece corretto equiparare chi ha un blog personale o commenta in rete con chi lo fa per professione. Certo, a volte possono esserci sovrapposizioni, ma la stragrande maggioranza di chi scrive su Internet non lo fa per guadagnare: solo perché ne trae soddisfazione.

Esistono addirittura argomenti per ritenere che Internet scoraggi il passaggio verso la scrittura professionale. In primo luogo, come ho ricordato, il settore non può definirsi esattamente florido: un fatto noto a tutti e che già di per sé non costituisce un grande incentivo.

Ma forse ancora più importante è che la Rete ha ridotto e poi praticamente azzerato i costi necessari per poter diffondere le proprie idee in tutto il mondo. In passato, per riuscirci, era necessario essere un professionista assunto e pagato. Oggi non è più così. Questo potrebbe avere due effetti: da un lato alleggerire la competizione fra professionisti, dall’altro aumenta quella fra questi ultimi e chi scrive per hobby. E qui si arriva a una domanda spinosa: gli hobbisti sostituiranno i professionisti?

Analizzare il problema richiederebbe molto tempo: sottolineiamo soltanto la conclusione dei due ragionamenti. Se si pensa che il lavoro di chi scrive per professione potrà essere sostituito da chi lo fa per hobby, allora in un futuro abbastanza vicino non esisteranno più giornalisti né scrittori, ma solo citizen journalists o citizen writers. Sarebbe inevitabile. E questo metterebbe una pietra tombale su tutto il problema: che senso ha chiedersi se è giusto richiedere sempre un compenso, se prima o poi nessuno nel campo verrà più pagato?

Se invece (come io credo) gli scrittori professionisti avranno anche in futuro un importante bagaglio di esperienza, abilità e competenze, allora per loro continuerà ad esserci spazio. Ma in questo senso l’idea di scrivere per essere visibili non cambia di molto. È necessario farsi conoscere oggi come lo era ieri, e certo non può essere questo a spingere qualcuno a lavorare senza ricevere compenso.

La questione della visibilità è sempre stata un do ut des fra chi scrive e chi pubblica. Il valore di questo scambio è rimasto intatto, anche dopo l’avvento di Internet. Sono diverse invece le condizioni economiche. Se la moneta con cui si accetta di venire pagati è solo quella della visibilità, è perché non ce n’è altra a disposizione. Per chi comincia spesso non c’è una vera scelta: o quello, o nulla.

Qualcosa di simile succede anche quando si dice che la scrittura gratuita sostituisce quella a pagamento. Non c’è dubbio che questo succeda, a volte, ma l’associazione fra le due cose non è per niente automatica. In un certo senso questo argomento ricorda quanto affermano alcune case discografiche, secondo cui ogni canzone scaricata dalla Rete equivale a un furto, perché altrimenti quella canzone sarebbe stata comprata.

In entrambi i casi è evidente che spesso non è così. Prendiamo alcuni spazi occupati senza alcun compenso per chi scrive (persino su grandi testate nazionali): anche qui, per i giovani autori, la scelta non è fra rifiutare a vantaggio della comunità o accettare soltanto per egoismo (ammesso che si possa parlare di egoismo per qualcuno che lavora gratis). Si tratta invece di scrivere per riempire uno spazio che altrimenti resterebbe vuoto.

E questo vale soprattutto per quei settori che in Italia non riescono a restare per tutto il tempo sotto la luce dei riflettori, generando sempre lettori, contatti e pubblicità. Il giornalismo scientifico, per esempio. Se le redazioni di scienza chiudono, non è certo smettendo di scrivere che riapriranno.

La questione cruciale è una ed è semplice: da Internet in poi sono venuti meno i due principali meccanismi in grado di produrre reddito per i giornalisti: vendite e pubblicità. La pubblicità online ha compensato questa perdita, ma in misura del tutto insufficiente. Nessuno – neppure le più prestigiose testate americane – ha un modello funzionante per sostituire quello vecchio, e si naviga a vista. I giovani giornalisti fanno quello che i giovani giornalisti hanno sempre cercato di fare: scrivere. Ma i mezzi che hanno a disposizione, la loro leva contrattuale, non sono mai stati così poveri come ora. È colpa loro perché cercano di farsi strada? Perché lavorano gratis quando potrebbero farsi pagare? Ma chi è che, potendo, non vorrebbe guadagnare per fare il proprio lavoro?

Per com’è strutturato il mercato, almeno in questo momento storico, chiedere a chi ha appena cominciato di scrivere solo se retribuito equivale a dirgli: “Non puoi entrare”. Lavorando è possibile farsi un nome, diventare più forti, guadagnare potere negoziale, ma serve tempo, bravura e un po’ di fortuna.

È interessante che molti, fra quelli che ora criticano la scelta di scrivere senza farsi pagare, ammettono di averlo fatto in passato. Qualcuno allora potrebbe chiedere: rifiutando, siete sicuri che ora sareste nello stessa posizione? Sicuri che, tutto considerato, non sia stato anche quello un gradino per diventare professionisti? E già dieci anni fa l’ingresso non era facile, ma senz’altro più facile di adesso. E se vi offrissero di scrivere senza essere pagati sul Times, in prima pagina, accettereste? Forse, forse no, ma la domanda non è banale.

Scrivere gratis non è giusto, almeno per chi vuole farlo come professione, eppure spesso è necessario. Almeno per il momento, almeno all’inizio.

Aggiornamento del 10/10: Segnalo quest’ottimo articolo sul blog di Eleonora Bianchini, in cui si presentano i due principali modelli di giornalismo che potrebbero sostituire quello tradizionale.